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Perché è sbagliato (e dannoso) chiudere cinema e teatri

I protocolli di sicurezza già collaudati si sono rivelati efficaci, azzerando i contagi. La perdita economica, per imprenditori, lavoratori e Stato è notevole. E poi viene meno quel "cibo dell'anima" che dà le risorse per superare i momenti difficili... Il ministro Franceschini batta un colpo


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Cinema e teatri chiusi: lo ha stabilito il Decreto della presidenza del Consiglio del 25 ottobre. Una scelta sbagliata, che rischia di rivelarsi anche dannosa, per almeno tre ragioni.

La prima riguarda proprio la sicurezza dei cittadini. Nei mesi scorsi sale teatrali, cinema e luoghi della cultura hanno già dovuto escogitare nuove soluzioni per permettere la fruzione degli spettacoli senza mettere a repentaglio la salute dei cittadini. Chiunque sia andato a vedere un film, ad esempio, sa che i posti sono rigorosamente alternati in modo da assicurare la distanza sociale. Altrove si è fatto ricorso a ingressi scaglionati. Dovunque è stata praticata la prenotazione e la vendita di biglietti on line, eliminando code all'ingresso. È stata rilevata la temperatura a chi accedeva nelle sale. I distributori di igienizzanti per le mani erano distribuiti capillarmente... I risultati parlano da soli: questi protocolli hanno fatto sì che su 300 mila spettatori si sia verificato solo un caso di contagio, stando a un'indagine di Agis (l'associazione italiana generale dello spettacolo) aggiornata al primo ottobre. E le recenti esperienze della Mostra del cinema di Venezia e della Festa del cinema di Roma lo confermano: qui si parla addirittura di zero contagi.  

La seconda ragione che dovrebbe indurre il Governo a rivedere la serrata per cinema e teatri è di natura prettamente economica. I lavoratori che gravitano attorno al mondo dello spettacolo ammontano ad alcune centinaia di migliaia, sono molti di più di quanto possiamo immaginare, perché spesso risultano "invisibili". Centinaia sono le imprese culturali che vivono grazie alla produzione e proposta di contenuti culturali. Il Pil stesso ne risulta decurtato, determinando minori introiti nelle casse dello Stato. In altre parole, in questo modo girano meno soldi e tutti ci perdono qualcosa. Non solo: i lavoratori dello spettacolo - lasciamo da parte per un momento le "stelle" che vinono in una dimensione diversa - per loro natura sono inquadrati con contratti a progetto. Ciò significa che, se salta il progetto, sparisce anche il loro lavoro. E, in quanto precari, è molto difficile che vengano raggiunti in maniera rapida dalle forme di indennizzo che il Governo sta predisponendo per altre categorie. 

E veniamo così alle terza ragione per cui il Dpcm "contro" la cultura è sbagliato e dannoso. La più importante. Giustamente è stata lasciata una finestra di apertura per ristoranti e bar, giustamente supermercati e negozi non chiudono affinché ogni famiglia possa provvedere ai suoi bisogni "primari". Tuttavia, non solo di cibo vive l'uomo. O, meglio, esiste anche un altro tipo di cibo, non materiale, ma non meno essenziale e necessario: il cibo per l'anima. Ed è proprio in congiunture problematiche e difficili come questa che il cibo dell'anima diventa ancora più prezioso, perché fornisce quelle risorse emotive, psicologiche e spirituali che danno forza, combattono la depressione, invitano alla resilienza, incoraggiano la ricerca di nuove vie... Lo ha detto con parole chiare il maestro Riccardo Muti, in una lettera al Corriere: «Mente e spirito poveri danneggiano il corpo». Lo hanno ripetuto registi come Nanni Moretti o Paolo Virzì, appellandosi al ministro Franceschini. Il quale promette, si schiera dlala parte degli artisti e delle maestranze, ma finora con scarsi risultati. Alle parole, ora, seguano i fatti. Cinema e teatri vanno riaperti, per il bene di tutti. 

Intanto venerdì prossimo sono in programma nuove manifestazioni...

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