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Pensioni, diritto di mugugno

Lavoreremo fino ai 65 anni e oltre. E' una riforma inevitabile, ma è troppo chiedere anche entusiasmo a chi la subisce.


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    Da un giorno all'altro ci è cambiata la vecchiaia. Con la riforma delle pensioni, sappiamo dove passeremo gli anni dopo i 60: al lavoro. I quarantenni di oggi devono prepararsi a rimanervi fin oltre i 70. Rappresenta pur sempre una certezza sapere che lo Stato ci programma la vita dalla culla alla tomba, ma avremmo preferito mantenere qualche autonomia in più per le decisioni personali.

    Tutti i mutamenti politici e sociali sono preceduti e accompagnati da operazioni culturali, nel corso delle quali i varii opinion maker spiegano che il rivolgimento è inevitabile e necessario, come e perché non avremmo potuto farne a meno e che, alla resa dei conti, il mondo nuovo che ne emerge è il migliore dei mondi possibili. La riforma delle pensioni che ci è toccata adesso si svolge naturalmente in questo solco.

    A denti stretti, ascoltiamo che l'Italia rischierebbe il default senza i sacrifici di tutti noi, e incassiamo le spiegazioni di chi ne capisce di macroeconomia. Sappiamo che gli anziani aumentano e costano allo Stato in sanità e pensioni, vediamo che i giovani produttori di reddito diminuiscono, e due conti collettivi riusciamo a farli.

    Capiamo, abbozziamo, finché non ci viene implicitamente richiesto un consenso entusiastico. Finchè non sentiamo la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia affermare soddisfatta che ora abbiamo il sistema pensionistico "migliore" d'Europa, o il filosofo e politico Massimo Cacciari sbottare irritato che, con una vita media arrivata a 80 anni e più, non è neppure ipotizzabile la pensione per i sessantenni.

    E allora, diciamolo: a 60 anni, dopo un quarantennio di vita produttiva, si è logorati. Da reumatismi e forze calanti, da frustrazioni e doveri accumulati. A ridosso di quell'età fatidica si inizia a desiderare la pensione, per recuperare riposo e libertà, anche quando non si svolgono i lavori ritenuti usuranti. Prendiamo per esempio le insegnanti, da quelle di asilo nido alle fasce successive. Davvero crediamo che a 65 anni, in età abbondantemente da nonne, siano nelle condizioni di fisico e di spirito ideali per educare piccoli terremoti o adolescenti irrequieti?

    Di solito si continuano volentieri e per tutta la vita i lavori appaganti, indipendenti e ben remunerati. Quelli che non svolge la stragrande maggioranza della popolazione. Se poi qualcuno ci spiega che lavorando avremo una vecchiaia migliore, rispondiamo con il diritto al mugugno. Quel tipo di contratto che, secondo la tradizione, a Genova assegnava ai marinai paghe più basse ma il diritto a lamentarsi: lo sceglievano in moltissimi. Così, noi andremo incontro alla nostra vecchiaia lavorativa e produttiva mugugnando che non ci piace neanche un po'.

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Emma Marcegaglia.
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