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Siti Unesco patrimonio dell'umanità, la candidatura dei nuraghi

La decisione a fine marzo. Una rete unica al mondo che copre l’ intera Sardegna con 7.000 costruzioni, molte delle quali ancora in piedi, accanto a 3.500 domus de janas (letteralmente "casa delle fate", tombe preistoriche scavate nella roccia), menhir infissi al suolo e tanto altro. Una "scommessa" economica, sociale, turistica ed archeologica. La riflessione del gesuita Giancarlo Pani


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I siti nuragici della Sardegna nel loro complesso sono ufficialmente candidati nella lista dei siti riconosciuti dall’ Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’ educazione, la scienza e la cultura) quali «patrimonio dell’ umanità». Il responso arriverà a fine marzo, e questo è il momento opportuno per comprendere il valore di un complesso unico al mondo che copre l’ intera Sardegna con 7.000 costruzioni, molte delle quali ancora in piedi, accanto a 3.500 domus de janas (letteralmente "casa delle fate", tombe preistoriche scavate nella roccia), menhir infissi al suolo e tanto altro. Attualmente sono stati istituiti dalla Regione Sardegna 20 monumenti geologici, ma in realtà l’ intero territorio sardo, disseminato di più di 100 geo-siti di importanza internazionale, costituisce di per sé un patrimonio da tutelare, valorizzare e rendere fruibile. Lo scultore Pinuccio Sciola avrebbe voluto proprio i nuraghi come vero simbolo identitario nella bandiera sarda al posto dei Quattro Mori che richiamano le lotte degli Aragonesi contro gli Arabi.

Il riconoscimento Unesco avrebbe certamente una ricaduta diretta sulla Sardegna e sull’ Italia. Bisognerebbe, dunque, pensare a un ampio modello di sviluppo sostenibile, rispettoso delle comunità locali e dei valori culturali e identitari della civiltà sarda. E occorre ripensare anche il turismo e il suo significato.

Un primo elemento per ripensare la valorizzazione di questi siti è il legame con le radici. La civiltà nuragica nel suo complesso si svolge nell’ arco di circa mille anni a partire dal 1.600 a.C, ma la sua architettura è figlia di un processo evolutivo straordinario molto più antico. I monumenti pre-protostorici sardi rappresentano, nel loro insieme, la testimonianza di una tradizione culturale unica, eccezionale, che si è protratta per un arco di tempo di circa 4000 anni dal Neolitico all’ Età del Ferro. In questa tradizione risaltano in particolare due aspetti legati all’ uso e alla lavorazione della pietra: la grande scultura e l’ architettura.

Il gesuita Alberto Maria Centurione tra il 1886 e il 1887 su La Civiltà Cattolica scrisse ben 10 articoli sui nuraghi vantando «la loro singolarità, moltitudine ed alta antichità cui tutti ad una voce proclamano», riconoscendone il mistero, nonostante i tanti studi che paiono in realtà «lampi di fuggitivo chiarore atti a lasciare i Nuraghi in un caos di cozzanti opinioni». La rivista oggi per l’ occasione ha reso disponibili gratuitamente quei saggi raccolti in un volume.I gesuiti della fine del XIX secolo riconoscevano con quelle pagine che i nuraghi rappresentano un capolavoro del genio creativo dell’ uomo, e mostravano un importante interscambio di valori umani, in un lungo arco temporale, sugli sviluppi dell’ architettura e nel disegno del paesaggio. Valori, architettura umana e paesaggio: ecco una triade che deve essere inscindibile quando si parla oggi di turismo nuragico.

Ma non dimentichiamo che nei villaggi emergono gli edifici sacri, piccoli gioielli dell’ architettura: i templi dell’ acqua, o templi a pozzo e dell’ acqua sorgiva, e i templi celesti. I nuraghi-tempio mantennero la funzione sacra almeno sino ai primi secoli dopo Cristo, traendo spesso il nome dai santi. Così avvenne ai tempi della conquista bizantina, quando divennero luoghi per le sepolture, intitolati a santi. In questo senso risulterebbe interessante e anzi necessario, in occasione della candidatura Unesco, dedicare studi e ricerche alla costruzione di itinerari turistici del sacro in terra sarda.

Giancarlo Pani

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