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Parte dall'Italia la prima denuncia penale contro la tratta di migranti

Presentata da due avvocati del foro di Milano al Tribunale internazionale dell’ Aja, è stata fatta a difesa di sette migranti. Ed è la prima al mondo.


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«L’ immigrazione e la tortura sono due realtà diverse: la prima è un fenomeno, che va regolato dalla politica; la seconda è un crimine, che va condannato in modo deciso e coraggioso». Lo spiega l’ avvocato milanese Giuseppe Pellegrino che, insieme al collega Alberto Ferrari, ha deciso di presentare la prima denuncia penale contro la tratta. I legali hanno assunto la difesa di sette migranti - che hanno riferito le violenze vissute nell’ arco del loro percorso migratorio dai Paesi sub-sahariani dell’ Africa Occidentale, fino alle sponde del Mediterraneo - alla Corte penale internazionale dell'Aja, con lo scopo di aprire un’ indagine sui Paesi interessati dal fenomeno della tratta, così come descritta dagli assistiti: Mali, Burkina Faso, Niger, Libia ed Italia. La particolarità di questa denuncia - che è stata accolta e, quindi, l’ iter processuale è stato avviato - risiede nel fatto che è la prima del suo genere e che viene, appunto, presentata alla corte dell’ Aja, la stessa del processo di Norimberga, per intenderci, istituita proprio per i crimini di guerra. «Non ci siamo rivolti alla corte europea dei diritti dell’ uomo», commenta l’ avvocato Ferrari, «perché volevamo che il processo fosse di natura penale. La tratta è un crimine, e come tale va perseguita».

Aggiunge Pellegrino: «Sette migranti, richiedenti protezione internazionale in Italia, hanno testimoniato gli orrori consumati sulla soglia del territorio italiano, nel deserto del Sahara e nelle acque del Mediterraneo. Il nostro obiettivo è quello di discutere non di immigrazione clandestina e di tutela delle frontiere, ma di opporci alla tratta di esseri umani e alla riduzione in schiavitù». Per perseguire tale idea è nata anche una associazione di cittadini, “Civitas”.

«Si tratta», commenta Ferrari, «di un mercato che ha per oggetto esseri umani e i cui proventi derivano dall’ estorsione ai danni delle famiglie, dallo sfruttamento del lavoro o della prostituzione, dall’ impiego nel crimine organizzato e in altre attività illecita. Il fenomeno ha rilevanza internazionale in termini di crimini contro l’ umanità». Il messaggio che vuole dare l’ associazione è che «l’ essere umano non può essere oggetto di commercio e di diritti di carattere patrimoniale per alcuna finalità».

L’ identità delle vittime (le rotte da loro seguite transitano pertanto tutte dalle cittadine di Gao in Mali o Agadez in Niger) non è stata rivelata per ragioni di sicurezza, soprattutto delle famiglie rimaste in Africa. «Dai racconti dei nostri assistiti», aggiunge Ferrari, «emerge che l’ estorsione, sul suolo libico, non è esercitata con la sola privazione della libertà e la prospettiva dell’ uccisione, come poteva avvenire da parte delle bande criminali sul suolo italiano, ma tramite la tortura e la prostrazione quotidiana. Non solo: i migranti non sono a conoscenza degli accordi, del presumibile scambio di denaro, né tanto meno dei dialetti libici utilizzati nelle conversazioni tra vettori e carcerieri, che si dimostrano tuttavia tutt’ altro che ostili tra loro». Un fenomeno, questo, che, in silenzio, rischia di creare discriminazioni all’ interno del genere umano, tra uomini liberi e non, tra persone dotate di soggettività giuridica piena e non, tra esseri umani con dignità e non: «Il timore», chiosano gli avvocati, «è che tale situazione poss consolidarsi e modificare stabilmente la coscienza collettiva e il tessuto sociale».

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