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Papa, un mese con Francesco

Erano le 19,06 di mercoledì 13 marzo. La fumata bianca annunciò al mondo che la Chiesa aveva un nuovo Pontefice: Jorge Mario Bergoglio. Da allora è un intreccio di novità e di sorprese.


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Un mese vissuto meravigliosamente. Si potrebbero sintetizzare così i primi 30 giorni di papa Francesco sul soglio di Pietro. Un ministero che ha interpretato da subito in modo radicalmente nuovo. Tornando però alle radici, a quell’ essere «vescovo in mezzo al popolo sull’ esempio di Gesù» che è stata già la cifra del suo episcopato, anzi, prima ancora, del suo sacerdozio. D’ altro canto già il nome scelto, così impegnativo, non poteva che indicare il sentire di Jorge Mario Bergoglio e il suo sogno: «Una Chiesa povera per i poveri», una Chiesa che apre le braccia, che accoglie, che custodisce, perdona e prega.

In questo mese papa Francesco, il «vescovo di Roma» che «sembra che i fratelli cardinali siano andati a prendere alla fine del mondo», ci ha abituati alle parole dolci della Chiesa. Ci ha parlato di misericordia e speranza. Ha esortato i ragazzi e le ragazze ad aiutare tutta la Chiesa ad avere un cuore giovane, le donne a continuare a testimoniare la risurrezione, i deboli e gli emarginati a non sentirsi esclusi, i lontani a non aver paura di tornare. Ci ha parlato della pazienza di Dio. Ci ha parlato del perdono. «Dio non si stanca di perdonare, noi ci stanchiamo di chiedere perdono»,  ha detto nella sua prima uscita dalla finestra del Palazzo apostolico. Palazzo dove ha deciso – almeno per il momento – di non andare ad abitare, preferendo restare alla Domus Sanctae Marthae che lo ha ospitato, insieme con gli altri cardinali, nei giorni del conclave. Qui continua a fare il pastore, a dire Messa, nella piccola cappellina della Domus, per gli impiegati, i religiosi, gli operai che lavorano in Vaticano.

Ci ha abituato a gesti di tale normalità da sembrarci speciali: la benedizione che non esclude nessuno (impartita in silenzio durante l’ incontro con la stampa ), la preghiera del popolo per il suo vescovo (che ha chiesto in tante occasioni, ma soprattutto affacciandosi, la sera stessa dell’ elezione, il 13 marzo dalla Loggia di San Pietro, sia da quella di San Giovanni in Laterano, il 7 aprile dopo la messa di insediamento sulla “cathedra romana”), lo spostarsi a piedi per andare a pregare sulle tombe dei Papi o nella basilica di San Pietro (come ha fatto il giorno del lunedì dell’ Angelo), il chinarsi a lavare i piedi degli ultimi della storia (Messa in coena domini del Giovedì santo), l’ indicare la croce come riscatto dal male (via Crucis).  

In piazza San Pietro, i curiosi della prima ora si sono trasformati in fedeli ascoltatori delle catechesi del mercoledì e degli Angelus e dei Regina coeli della domenica. Una folla che invade a festa tutta la zona San Pietro e che porta tutto il suo calore. Francesco è un Papa che sa guardare la gente e sa farsi capire soprattutto attraverso i gesti, ma anche dosando le parole in base ai suoi interlocutori perché a ciascuno arrivi la buona novella del Vangelo e ciascuno sappia qual è la sua responsabilità all’ interno della Chiesa e del mondo.

Tra le prime udienze, in quella al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha chiesto di continuare con forza la lotta alla pedofilia avendo sempre ben presente innanzitutto la situazione delle vittime. Con il segretario delle Nazioni unite Ban Ki-moon ha parlato della pace in Siria, Corea e Africa. Ai senza fissa dimora di Roma ha inviato una lettera di risposta alle loro preghiere: «Vi ringrazio per il vostro gesto di vicinanza e di affetto. Il Signore vi ricompensi abbondantemente. Vi ringrazio anche perché pregate per me, e vi invito a continuare a farlo poiché ne ho molto bisogno. Sappiate che vi porto nel mio cuore e che sono a vostra disposizione». E nella firma finale, “fraternamente Francesco”, sembra esserci quasi la fotografia di questo Papa che ci accompagna come un padre, come il «pastore con l’ odore delle pecore» che vive in mezzo al suo gregge.

Annachiara Valle

“Quando il cardinale Bergoglio era a Buenos Aires”, ricorda l’ economista Stefano Zamagni, che in Argentina si reca più volte nel corso dell’ anno per studi e congressi, “si è spesso occupato della dimensione sociale e morale del Paese, ma mai direttamente di quella economica. Ma da Pontefice è probabile che se ne occupi, continuando facilmente sulla stessa linea di Benedetto XVI per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa”. Secondo l’ economista bolognese, padre degli studi sul terzo Settore, “va sottolineato il modello di economia di mercato per il quale si ritiene che la dottrina sociale della Chiesa sia più affine: economia neoliberista; modello sociale di mercato di marca tedesca e il modello di economia civile di mercato”. Ed è naturalmente molto probabile che Francesco, nel solco del suo predecessore, opti per la via dell’ economia “civile”, già illustrata nella Caritas in veritate. Ma il nome scelto dal nuovo Papa, così espressamente comnesso alla biografia del poverello di Assisi, fa pensare anche che egli accentui e approfondisca la visione di quella che è definita “l’ economia francescana”.

I francescani, continua Zamagni, “sono quelli che hanno prodotto il pensiero da cui è nata l’ economia di mercato, fin da Bonaventura da Bagnoregio. Anche i primi strumenti finanziari sono in gran parte frutto del pensiero filosofico francescano: i monti di pietà, progenitori delle fondazioni bancarie e delle banche, nati per combattere l'usura e diffondere "la giusta mercede", il sistema della contabilitò d’ azienda. La partita doppia l’ ha perfezionata un francescano, il matematico Luca Pacioli, collaboratore a Milano di Leonardo". Un francescano che insegnava ai contemporanei come si tiene la contabilità. "E sa perchè? Perché bisogna tenere i conti in ordine per produrre, altrimenti non c’ è la sostenibilità. Altro che pauperismo! I francescani sono sempre stati contrari alla miseria, in favore della povertà, intesa però come valore. Non bisogna confondere la povertà come virtù ariostotelica e poi evangelica, con la miseria. La miseria è una condizione da cancellare, indegna e umiliante. Significa vivere in ristrettezze, incapaci di sostentarsi e di provvedere a sé stessi o alla propria famiglia. la povertà in senso teologico e filosofico è un'altra cosa. Aristotele definisce la povertà come capacità di distaccarsi dalle cose. La povertà come virtù è un ingrediente della libertà. Perché altrimenti sono le cose che possiedono te. Francesco d’ Assisi, quando si spoglia davanti al vescovo e a i fedeli attoniti, dice: questo è finalmente il tipo di vita che avevo sempre sognato di realizzare! Francesco, figlio di un mercante, si spoglia dei suoi beni per essere libero, non per essere misero. E quando fonda il suo ordine afferma: voi, cari fratelli, dovete sempre avere la madia piena di pane, carne, formaggio e altri prodotti. Perché quando busseranno alla vostra porta i miseri e i bisognosi, voi dovete ristorarli e vestirli”.

I francescani dunque, distinguendo tra miseria e povertà hanno favorito quel processo di accumulazione del capitale necessaria e produrre risorse per ristabilire l’ eguaglianza sociale e combattere la miseria. “Nella logica finanziaria di Francesco, che è la moltiplicazione delle risorse, tutti devono avere diritto a un lavoro”. Oggi, conclude l’ economista, il pensiero economico francescano sta conoscendo una nuova giovinezza. "Chissà che il nuovo papa Francesco non lo porti alla sua maturazione globale".
Francesco Anfossi

Un Papa libero. Dai costumi che non hanno diretto riferimento con il messaggio di Cristo. Da tutto ciò che è semplice superficialità, esteriorità, ciò che è ridondante, non essenziale, lontano dal Vangelo. Ecco l'immagine che papa Francesco ha mostrato di sé al mondo, secondo don Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università cattolica argentina di Buenos Aires. Nel 2007 Fernández ha partecipato alla quinta Conferenza dell'episcopato latinoamericano ad Aparecida (in Brasile): un appuntamento molto importante per Bergoglio, ricorda il rettore, «perché fu uno dei momenti nei quali egli diede un contributo alla Chiesa con la sua lucidità, il suo spirito ecclesiale e la sua preoccupazione per l'evangelizzazione».

Quali sono a suo avviso i temi principali che papa Francesco ha affrontato nel primo mese di papato? Quali sono le parole, i concetti che riassumono questi 30 giorni?

«Come era prevedibile, ci sono state molte azioni tendenti a semplificare le consuetudini e le apparenze, restituendo alla figura papale la sua freschezza evangelica. Questi cambiamenti sono soltanto un accenno della grande libertà che questo Papa conserva nei riguardi di tutto ciò che è secondario. Tutto quello che non è direttamente legato al messaggio evangelico può essere modificato, soprattutto quando non riflette il volto genuino di Gesù. Da questa stessa prospettiva si può analizzare l'insieme di messaggi, omelie e riflessioni offerti. Tutto punta al centro del Vangelo: ricevere con fiducia la misericordia di Dio e uscire da se stessi per comunicarla. Hanno abbondato espressioni come: "Il messaggio più forte del Signore è la misericordia", "il Signore non si stanca mai di perdonare", "Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non disperiamo mai, non esistono situazioni che Dio non possa cambiare", "Dio ci aspetta sempre, non si stanca". Nello stesso tempo, altre espressioni evidenziano la dimensione generosa e donativa: "Avere cura delle persone", "preoccuparsi di tutti, di ciascuno, specialmente dei più deboli", "non dobbiamo temere la bontà, la tenerezza", "dobbiamo uscire, andare a cercare la pecora smarrita, quella più lontana"».

Come ha reagito l'Argentina ai primi giorni e i primi atti di papa Bergoglio?
«L'Argentina sta come tra le nuvole. Non smettiamo di ringraziare per ciò che è avvenuto. Oltre alla nostra bassa autostima, provocata dalle tante crisi che il Paese ha dovuto sopportare nel corso del tempo, nel Papa riconosciamo i nostri stessi valori, il meglio di ciò di cui come popolo siamo capaci. Questo ci restituisce una sensazione di dignità. D'altro canto, spero che possano vivere qualcosa di simile anche Paesi come l'Italia e la Spagna, che negli ultimi decenni non hanno vissuto crisi tanto pesanti come le nostre, però in questo momento si trovano in una situazione di enorme difficoltà. Credo che il papa si rivolga in modo particolare a loro quando ripete: "non lasciatevi rubare la speranza". E' il messaggio che lui ha sempre trasmesso all'Argentina nei tempi in cui eravamo in ginocchio. Inoltre, questo Papa, mostrando il suo volto di pastore, ha rafforzato l'affetto tra i laici e i sacerdoti. Quando cammino per la strada la gente mi sorride, mi chiede benedizioni, mi abbraccia. Che Dio ci aiuti a custodire questo dono».

Secondo lei quali saranno le questioni più importanti che papa Francesco affronterà nel prossimo futuro?
«Le questioni insolute sono difficili e complesse. La stessa semplificazione che Francesco ha realizzato negli abiti, i costumi, il linguaggio dovrà estendersi ad altre aree della vita della Chiesa nelle quali forse il Papa non può contare sulla stessa recettività con la quale è stato accolto dal popolo dei fedeli. Dato che il Pontefice non smette di avere dei limiti come tutte le persone, avrà un ruolo chiave l'elezione dei principali collaboratori (e per questo dobbiamo pregare intensamente). Immagino, ad esempio, che i primi vescovi che nominerà saranno un segnale importante della direzione che intende seguire. Di fatto, l'arcivescovo di Buenos Aires che Francesco ha appena nominato possiede tutte le caratteristiche dell'ideale pastorale che caratterizza papa Bergoglio. E' stato facile farlo in Argentina, per la conoscenza diretta che Francesco ha del Paese. Ma come farà negli altri Paesi? E' solo un esempio che indica la complessità di ciò che sarà il prossimo futuro».

Nel 2007 lei ha partecipato alla Conferenza di Aparecida al fianco di Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires. Quale è stato il contributo di papa Francesco a quella tappa fondamentale per la Chiesa latinoamericana?
«Quando i vescovi votarono la Commissione che si sarebbe occupata di redigere il documento finale, ergoglio venne eletto presidente con ampia maggioranza. Il giorno seguente celebrò la messa con una bella omelia sullo Spirito Santo. In quell'occasione sviluppò uno dei temi che caratterizzano il suo pensiero: invitò a evitare una Chiesa autosufficiente e autoreferenziale e auspicò una Chiesa capace di arrivare a tutte le periferie umane. Questo tema è comparso molto chiaramente anche nel documento di Aparecida. Fin dal principio, ad Aparecida Bergoglio stimolò un'ampia e libera partecipazione. Voleva che tutti si esprimessero spontaneamente, nella speranza che poco a poco cominciassero a nascere i consensi. Durante una passeggiata, mi disse che bisognava sempre agire così e che in ogni caso l'impegno per orientare il lavoro al fine di assicurare un risultato doveva essere posto in direzione del fine ultimo. Il lavoro delle commissioni fu ricco di vitalità. Per Bergoglio la sfida era lasciare che si esprimessero tutte le linee, però nel contempo produrre una linea di azione che risvegliasse l'interesse e l'entusiasmo degli agenti pastorali. Non bisognava lasciare che un settore si imponesse sugli altri attraverso la forza del potere. E questa è un'arte molto difficile che Bergoglio seppe dispiegare in modo raffinato, sottile, quasi impercettibile, con una moltitudine di piccole azioni, con un paziente lavoro di microingegneria».

Anche a lei affidò il compito di scrivere un testo.
«Nella prima settimana mi chiese di redigere un testo sulla religiosità popolare. Aveva un interesse particolare per questo tema, del quale voleva che si mettessero in risalto gli aspetti positivi piuttosto che i rischi e le deviazioni. Disse che se questa parte del documento (quella sulla pietà popolare) fosse rimasta così, lui si sarebbe cosndierato soddisfatto di tutto il lavoro di quel mese. Però, un tema che andò prendendo sempre più corpo fu quello di una nuova tappa missionaria, allegra e generosa, che arrivasse alle periferie e che ponesse l'accento sulla verità centrali e più belle del Vangelo. Tornato a Buenos Aires, Bergoglio pose la sua arcidiocesi nello stato permanente di missione. Comprese che una Chiesa missionaria non si perde nelle cose futili e secondarie, ma insiste si ciò che è essenziale. Una Chiesa missionaria predica sempre Gesù Cristo che ama e salva, per invitare a un incontro personale con Lui che ci fa suoi discepoli e a un impegno fraterno. Questo ritorno all'essenziale, per Bergoglio, risveglia sempre un nuovo fervore religioso. E alimentare questo fervore contagioso è la cosa più importante affinché la Chiesa viva una nuova primavera missionaria».


Giulia Cerqueti

Incontrare Dio nelle città, negli spazi urbani, nelle piazze, in mezzo al traffico automobilistico o nelle stazioni ferroviarie. E' stata questa la grande sfida di Jorge Mario Bergoglio da arcivescovo di Buenos Aires: fare della metropoli un luogo in cui l'uomo, il cittadino può scoprire Cristo. E' nata così, nella capitale argentina, l'esperienza della pastorale urbana. A spiegare l'origine e il senso di questo progetto ecclesiastico è Virginia Bonard, che da anni si occupa dell'area comunicazione della pastorale urbana e della pastorale sociale dell'arcivescovado di Buenos Aires e ha collaborato con padre Bergoglio. 

Quali sono state le linee guida della Chiesa di Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires?

«Sono state essenzialmente due: la prima, far uscire gli agenti pastorali dai luoghi sacri, mandarli a operare nella strada; la seconda, raggiungere le frontiere, le periferie esistenziali, incontrare i più poveri, i reietti, gli emarginati, coloro che non hanno voce. Questa parola, periferia, che già abbiamo sentito in molte omelie del Papa, qua a Buenos Aires era già molto comune. Fondamentale è stata l'opera nelle villas de emergencia, per recuperare i giovani dal consumo di droga, il paco, che distrugge gli individui e le famiglie: oggi i sacerdoti operanti nelle villas sono venti. Poi, bisogna aggiungere il grande lavoro che l'arcivescovo ha portato avanti nel campo dell'educazione, che è sempre stata una grande preoccupazione di padre Jorge: primo, rendere l'istruzione accessibile a tutti, secondo, mantenere l'educazione cattolica a Buenos Aires continuando un rapporto di confronto con le scuole pubbliche».

Come è partita l'esperienza della pastorale urbana?

«Dalla consapevolezza che l'uomo delle città moderne vive perennemente in una situazione di transito, di movimento, di pendolarismo: lavora di giorno in un luogo, la sera viaggia per ritornare a casa sua in un altro posto distante. La domanda è stata: come si può comunicare il messaggio di Cristo a un uomo in movimento? Il lavoro della pastorale urbana è iniziato dalla convinzione che non si poteva guardare alla città di Buenos Aires senza comprendere le undici municipalità urbane che le stanno intorno. L'uomo di Buenos Aires non è soltanto quello che vive nella capitale, ma anche colui che va e che viene, l'uomo che fa il pendolare tra capitale e municipalità satelliti. Abbiamo così condotto un vasto lavoro di osservazione di carattere psicologico, sociologico, filosofico e religioso. In seguito abbiamo organizzato una serie di congressi con i vescovi delle municipalità per capire realmente cosa sta succedendo oggi all'uomo urbano. Dal primo congresso, intitolato Dio nella città, è stato tratto un libro. Questo lavoro ha rappresentato una grande sfida perché significava capire il mondo dell'uomo in transito, chi è la sua famiglia, chi sono i suoi amici, le sue abitudini, e soprattutto la sua relazione con Dio. Da qui è poi partita l'idea della pastorale dei sacramenti, così organizzata: per quattro-cinque giorni di seguito dei sacerdoti piantavano una grande tenda in una piazza vicino a una stazione ferroviaria e invitavano i passanti e i pendolari ad accostarsi alla tenda per ricevere i sacramenti, avvicinarsi alla confessione, dedicare un momento, prima di salire sul treno o subito dopo esserne scesi, a conversare sulla propria vita, i dolori, le preoccupazioni. L'idea delle tende è stata straordinaria».

Prima di Bergoglio tutto questo non esisteva?
«In realtà abbiamo sempre avuto dei vescovi molto impegnati, attenti ai segni dei tempi, propositivi. Buenos Aires è una città che ti invita a stare sempre sveglio. Ma a Bergoglio è toccato un nuovo millennio, che imponeva una nuova lettura. Gli è toccato il compito di attuare un rinnovamento, negli anni, per giunta, del disastro economico iniziato nel 2001. In quel periodo la città si è popolata di cartoneros che avevano famiglie sulle spalle, perfino persone laureate con professioni qualificate perdevano il lavoro da un giorno all'altro. La Chiesa ha reagito molto rapidamente e con molta forza, soprattutto per tirare via dalla strada i bambini. In quel momento a Buenos Aires si è risvegliata una straordinaria sensibilità sociale basata sullo spirito evangelico. D'altro canto, a padre Bergoglio come pastore è toccato affrontare anche una delle peggiori tragedie non per cause naturali nella storia dell'Argentina: l'incendio della discoteca Republica Cromagñón, a Buenos Aires, il 30 dicembre 2004, dove morirono 194 persone, per la maggior parte ragazzi».

Pensa che Buenos Aires sentirà la mancanza di papa Francesco?
«Il suo successore, Mario Poli, sarà garante del lavoro che Bergoglio ha portato avanti. Sicuramente monsignor Poli ha una identità forte e darà un'impronta personale alla Chiesa. Ma non ho alcun dubbio che seguirà la linea tracciata da padre Jorge, nella visione della continuità con creatività. Papa Francesco non è mai stato personalista ed egocentrico. Pone sempre Gesù davanti a sé. Poli ci farà abituare presto alla sua nuova presenza, con gesti di sensibilità, semplicità e vicinanza, proprio come faceva padre Bergoglio».


Giulia Cerqueti

«Una bella favola che ci è capitata fra capo e collo». Così Valter Pierini, sindaco di Portacomaro, parla dell'elezione a Pontefice di Jorge Mario Bergoglio, vescovo di Buenos Aires ma con salde origini nel Monferrato. Le radici di Papa Francesco hanno riversato improvvisamente sul piccolo paese dell'astigiano l'attenzione del mondo, creando l'occasione di una visibilità insperata, che a un mese dal pontificato appare già avere ben più profonde conseguenze.

Giovedì 11 aprile il Salone Alfieri che tradizionalmente ospita in paese gli appuntamenti sociali, era stracolmo di un pubblico locale ma non solo, riunitosi per sentire la presentazione di don Luigi Ciotti al libro di Papa Bergoglio “Guarire dalla Corruzione”, scritto a Buenos Aires una ventina di anni fa e recentemente edito dall'Emi. La presenza e le parole di don Ciotti hanno reso evidente l'impatto del primo mese di papato: i suoi gesti semplici, la chiarezza e la forza del suo messaggio, che risuona anche nei suoi scritti, hanno riportato in vita una comunità che da anni vive la crisi e l'impoverimento dovuto all'attrazione della vita cittadina. «Pochi giorni prima dell'elezione di Papa Francesco – racconta Carlo Cerrato, presidente dell'associazione Gente&Paesi promotrice dell'iniziativa – ci siamo trovati in pochi, come al solito, a ragionare su come dare senso alle nostre origini, all'attaccamento alla terra. Oggi il salone è stracolmo, c'è anche il sindaco di Asti Fabrizio Brignolo, e i presenti sono rimasti in attentissimo silenzio per oltre due ore: nessuno si è alzato, nessuno si è mosso».

A tenere inchiodato alla sedia il pubblico di Portacomaro è stata la potenza, spirituale e civile,  delle parole di Bergoglio lette da don Ciotti, contro la corruzione, «che, al contrario del peccato, non si può perdonare, perché alla radice della corruzione c'è la stanchezza della trascendenza e perché è un peccato sociale». «La corruzione seduce – aggiunge don Ciotti – e si trasforma in mafia, non solo al Sud ma ovunque in Italia e nel mondo”. E la vicenda di Portacomaro è esempio di un fenomeno più diffuso. «La nostra comunità – commenta Pierini - si ravviva e si stringe intorno al Papa che viene dalla grande casa che si vede in lontananza, sulla cima della collina davanti alla chiesa del paese. Ma è molto più ampia la comunità che si riconosce nelle sue parole, nella sua esaltazione di tenerezza e perdono, e non ha confini geografici».

La storia di Portacomaro è quella di una periferia geografica riportata all'improvviso al centro del mondo dalla vicenda di papa Francesco. «Qui siamo tutti parenti del Papa – dice emozionata Alma Ravizza, portacomarese doc -, molti sono suoi cugini, più o meno alla lontana. Riconosciamo in Francesco i tratti dei volti dei nostri contadini. Lo sentiamo uno di noi per il suo sorriso e per la spontaneità con cui si è presentato al mondo, che una caratteristica della gente delle nostre parti». «L'impatto emotivo del nuovo Papa finora è stato fortissimo – conclude monsignor Vittorio Croce, vicario generale della diocesi di Asti che ha partecipato alla presentazione. «Fino ad ora ci siamo entusiasmati, ora si deve passare al messaggio effettivo che converte e porta cambiamento, per arrivare davvero, come dice don Ciotti, a saldare la terra con il cielo».

 Silvia Alparone 


Se ancora ci fosse bisogno di un segno dell’ impatto culturale dell’ elezione di un nuovo Pontefice, in generale, e del carisma di papa Francesco, in particolare, basta dare un’ occhiata alle classifiche di vendita dei libri. Che i testi di un Papa suscitino interesse su un bacino di elettori che trascende il confine dei credenti, è un fatto prevedibile e normale; che arrivino a occupare in maniera quasi totale le classifiche è, forse, indice di un “entusiasmo” che ha le sue radici nelle speranze che Bergoglio ha saputo destare in tutto il mondo. Di certo, il desiderio di comprendere il suo pensiero e, quindi, di immaginare la strada che intraprenderà nel suo ministero sono forti.

Partiamo da una classifica generale, che calcola le vendite dei libri di qualsiasi argomento, prendendo a riferimento quella pubblicata dal Corriere della Sera sul supplemento culturale la Lettura del 7 aprile scorso. Persino un campione come Andrea Camilleri deve inchinarsi di fronte a Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta, la biografia firmata da Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti pubblicato da Salani. I due giornalisti raccolgono la testimonianza diretta di Bergoglio fin dall’ arrivo della sua famiglia al porto di Buenos Aires nel 1929. Al quarto posto, dopo appunto l’ autore siciliano e una riedizione di Seneca a 0,99 centesimi, ecco di nuovo papa Francesco, questa volta con un testo uscito direttamente dalla sua penna: Umiltà, la strada verso Dio, per le edizioni Emi. Si tratta di una meditazione teologica sullo spirito di comunione. Nella posizione successiva ancora un testo del nuovo pontefice, Aprite la mente al vostro cuore, edito da Rizzoli: in queste pagine il lettore troverà diverse anticipazioni all’ invito alla fratellanza, all’ attenzione all’ altro e alla natura risuonato nei primi discorsi dopo l’ elezione.

Al sesto posto, ancora un testo di Bergoglio su un tema di attualità: Guarire dalla corruzione, ancora per Emi. Il cuore del libro è in questa esortazione a una scelta di fondo dell’ allora cardinale: «Peccatore, sì. Corrotto, no!». Nella categoria “Saggistica”, al decimo posto un volume che permette di ripercorrere la biografia di Bergoglio e al tempo stesso di inquadrare i temi pastorali e teologici che scandiranno il suo pontificato: Papa Francesco, la vita e le sfide, pubblicato da San Paolo e scritto dal giornalista di Famiglia Cristiana Saverio Gaeta.

Il dominio delle pubblicazioni di o sul nuovo papa è assoluto nelle classifiche che monitorano la sola editoria religiosa. Ecco la sequenza dei libri più diffusi sul portale di Rebecca Libri, relativa all’ ultima settimana di marzo: Umiltà, la strada verso Dio, Guarire dalla corruzione, Papa Francesco, la vita e le sfide, Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta, Francesco, un papa dalla fine del mondo (di Gianni Valente, edito dalla Emi, una introduzione al passato e all’ anima del nuovo vescovo di Roma), Aprite la mente al vostro cuore

Solo all’ ottavo posto c’ è spazio per altri autori.

Paolo Perazzolo

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