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Paolo VI e l'Angelus mai pronunciato

Trentacinque anni fa moriva Giovanni Battista Montini. Il 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione, era una domenica. Il Papa aveva preparato un testo. Ma entrò in agonia e non potè recitarlo dal balcone del palazzo di Castel Gandolfo.


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Domenica, 6 agosto 1978. Gli italiani sono in ferie. Il Paese è ancora sotto choc per una tragedia destinata a cambiarne la storia, il sequestro di Aldo Moro che il 9 maggio ha avuto il suo drammatico epilogo con il ritrovamento del cadavere del leader democristiano.
Al Quirinale, dove Moro sarebbe sicuramente salito se le Br non ne avessero stroncato la vita e il progetto politico, siede dal 9 luglio il socialista Sandro Pertini.   

Paolo VI è da alcuni giorni a Castel Gandolfo. Le sue condizioni di salute stanno  rapidamente peggiorando. Che la fine fosse imminente, papa Montini lo aveva in qualche modo confermato nella sua ultima omelia, quella della messa che il 29 giugno aveva celebrato nel XV anniversario dell’ inizio del suo ministero pontificale: «Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi più che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’ anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo XV anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’ 80° genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto».    

Come ogni domenica, anche quel 6 agosto, festa liturgica della Trasfigurazione di Gesù, il Papa dovrebbe affacciarsi al cortile interno della villa pontificia per la recita dell’ Angelus. Ma la finestra del balcone del palazzo rimane chiusa. Il Papa sta già agonizzando.    

Verso le 22, l’ annuncio ufficiale della Radio Vaticana: «Il Papa è entrato nella pace del Signore alle 21,40 di oggi, domenica 6 agosto, Trasfigurazione del Signore».     

La Sala stampa vaticana pubblica il testo del discorso che Paolo VI aveva preparato per l’ Angelus, rimasto sulla sua scrivania. E che può essere considerato un capitolo del suo testamento spirituale. «Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli», aveva scritto papa Montini, «è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo “partecipi della natura divina” (2 Petr. 1, 4). Una sorte incomparabile ci attende, se avremo fatto onore alla nostra vocazione cristiana: se saremo vissuti nella logica consequenzialità di parole e di comportamento, che gli impegni del nostro battesimo ci impongono».

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