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Paola Saluzzi ricorda "l'amico" Niki Lauda a un anno dalla scomparsa

La giornalista ha avuto una passione per il pilota di Formula 1 (scomparso il 20 maggio 2019 a 70 anni) sin da bambina: la sua testimonianza rievoca il loro primo incontro, le tante lettere che gli ha scritto, e quando lo intervistò ormai adulta in veste professionale. Un modo inedito e commovente per rievocare le gesta di un campione capace anche di grande umanità


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Le passioni spesso nascono perché qualcuno di molto speciale ti insegna a viverle. Prima di internet c’ erano i nonni, se volevi scoprire un pezzo di storia. Il mio nonno materno mi raccontava di Tazio Nuvolari. E poi, maggio 1976, la piccola tivù in camera sua: “Corri, vieni a vedere la Ferrari che vince a Montecarlo”. Sul podio, cinto d’ alloro, c’ è un ragazzo che sorride poco, denti sporgenti. Chi è? ”Niki Lauda!” mi sento rispondere, con entusiasmo. Poi, tre mesi dopo: domenica 1 agosto 1976, Nurbirgring. La Ferrari sbanda. Dal bianco e nero vedo ugualmente il colore del fuoco. È morto? Si. No. C’ è chi parla di estrema unzione. Ricordo la notte e il mio pianto, la storia di Nuvolari a cui aggrapparmi perché lui, in pista, non era mai morto; e quel patto a senso unico: se tu ce la fai, io ti voglio bene finché campo. Il 6 agosto Niki Lauda era fuori pericolo. E io, una piccola persona nuova. Avevo un amico a cui badare, con cura, da lontano.
 
Il resto è storia. Quarantadue giorni dopo, il suo ritorno a Monza. Devastato, fuori e dentro. Con lui c’ è Marlene, bella come il sole, sposa felice per 5 mesi ed ora madre prima che moglie, di quel ragazzo ferito. Io, con il cuore che si può avere a 12 anni, li ho adottati tutti e due. Fiera come se fosse anche merito mio vederlo in pista. È allora che mio nonno lo ribattezza “il tuo amico Lauda”. Inizio a raccogliere gli articoli che lo riguardano. Diventando azionista di colla e quaderni, riempio “le agende”, partendo dalla prima: gialla, senza un solo angolo libero. Esplode di foto, ritagli e commenti (miei) su gare e risultati. Poi il gran ritiro in Giappone e quel mondiale perso; lui, leale come nessuno, capito da pochi, dice: “Mi fermo, ho paura”. Altra lezione, dopo quelle cicatrici esposte senza grandi cerimonie adesso dice che avere paura è possibile. Di più, è giusto. E il mio bene per lui, cresce. Fino al 16 novembre 1977. 

Un anno dopo il rogo, un mondiale vinto, un matrimonio finito con la Ferrari. Resta l’ amore, la convivenza non più. Correrà con la Brabham. Viene a effettuare dei test al circuito di Vallelunga. Vicino a Roma. Apro le trattative sindacali con il mio papà: voglio, devo andarci. Ho 13 anni. Sembro un fante sul Piave, petto in fuori, sguardo fiero. Devo. Si, ma come? Mezzi pubblici, panini in una borsa, accompagnata da mia mamma: 4 ore di viaggio. C’ è pubblico, tanto. Ma non parla nessuno. Tutti lì per Lauda, per farlo sentire traditore dell’ altra bandiera italiana, quel tricolore/monocolore rosso con cavallino rampante al centro.
Unica laudista: io. Lui, all’ ora di pranzo, si sposta di pochi metri. Piccolo motel a bordo pista con ristorante. Lauda, in tuta, va a mangiare con tecnici e capomeccanico. Io fisso la porta in cima alle scale. Aspetto mangiando il mio panino. Aspetto. Dopo un tempo infinito esce: per la prima volta, ho davanti il mio eroe. Il mio giuramento della notte di agosto.  Il mio Amico Lauda. Ancora oggi non so con quale sprint io sia partita per fare 7 gradini. Mi sono piazzata davanti a lui, con la mia agenda gialla e gli ho detto “Niki questa è tutta dedicata a te, ci sono 300 tue fotografie” e lui, sorridendo “..eh la madonna!!!...”.
Segue autografo, quella lunga elle di Lauda e sotto il resto. Fa per andare, giustamente. Ma io no. Non posso perdere questo attimo. Mi aggrappo alla sua spalla, sono un gradino sotto; lui si ferma, si abbassa e io gli stampo un bacio forte, fortissimo sulla guancia. Ma non è solo un bacio. È stare a contatto con tutto il suo dolore, sentire quanto il fuoco gli abbia fatto male: la pelle è accartocciata, offesa. Quel bacio per me è ammirazione, forza, dai che vinci tu, grazie perché ci sei e perché sei così. Non scorderò mai il suo sguardo. Perché ero buffa e piccola, perché quel giorno ero l’ unica arrivata fin lì per lui.
Rimase perplesso un attimo e poi, guardandomi dritta negli occhi, sorrise senza sorridere. Mise la mano sulla mia mano. E via, verso la pista.Io tornai a casa, felice come mai nella mia piccola vita. Gli avevo detto tutto. Ma avevo ancora tanto da scrivere.

Prima lettera. Indirizzo? Niki Lauda, Salisburgo, Austria. Praticamente gli raccontavo di nuovo tutto quello che era accaduto a Vallelunga. Un reportage in scala 1:1 che si concludeva con un grande grazie. Poi cominciai a scrivergli dopo i Gran Premi, commentando giro per giro, i sorpassi, tutto incorniciato tra miei disegni di piccoli pupazzetti, piloti con casco, macchinine, podio. Una folla con in mezzo parole. Le prime lettere in bianco e nero, sai com’ è, ci eravamo conosciuti così, in televisione. Poi arrivarono i colori, tanti. Ogni 22 febbraio, buon compleanno Campione. La nascita dei figli. Le gare. Fino all’ ultima. L’ addio alle corse, niente lagne, due pagine per dirgli un altro grande grazie. Non sarebbe stato l’ ultimo.

Un giorno d’ inverno del 1984, un mese o poco più dopo che, tornato a correre e aveva vinto il suo terzo titolo mondiale, mi arriva una busta. Gentile signorina Paola Saluzzi. E, a mano, “prego di non piegare”. Dentro, una sua foto. Autografata. Mai richiesta.
“Ciao. Ho vinto il mondiale. C’ eri anche tu un gradino sotto al palco”.
Non è una interpretazione poetica, la mia.
Me lo disse lui, otto anni più tardi.
 
Febbraio 1992. PalaMauroDeAndrè a Ravenna. Cerimonia per la assegnazione degli Oscar dello sport. Ero praticante giornalista nella redazione di Tele MonteCarlo. Entro, inizio a cercare i campioni e davanti a me c’ è Lauda. Un poco perplesso, della serie che ci faccio qui, le occasioni pubbliche bah, non lo hanno mai appassionato.
Mi avvicino, emozionata.
“Ciao Niki, possiamo, una battuta?”
“Sì”.
L’ operatore si prepara e io, di getto: “Sono Paola Saluzzi”.
I suoi occhi sgranati. Azzurrissimi.
E lo stupore: “Paola??? Paola delle lettere disegnate?”.
Annuii, arrossendo. Lui disse due frasi al microfono, poi: “Fai le interviste, ma dopo parliamo”.
Mi sono seduta, con il mio Amico Lauda sui gradini del retropalco, lui ovviamente più in alto. Abbiamo chiacchierato per quasi un’ ora. Si ricordava la bambina di Vallelunga. Si ricordava il bacio, in quel giorno senza voci. Rideva delle lettere: “Ma io dico come fai a disegnare tutte quelle cose piccole...”. Gli ho raccontato di come lui fosse il mio eroe, la mia bussola. Da sorridente si è fatto serissimo.
“Tu credi davvero che io sono qvesto (con la v) uomo? Non credo di valere tanto. Sei sicura?”.
Parlava a sé stesso, prima che a me.
E io non ho fatto la tifosa. Ho parlato da amica. Tu sei questo, per me. Sbagliamo tutti. Ma tu sei uno che non si nasconde. Per questo sei il mio migliore amico.
Sorrise: “Amici, allora”. E appoggiò la mano sulla mia. Come a Vallelunga, tanti anni prima.
Ci siamo salutati così.
Penso che il mio Amico Lauda, adesso, sia felice.
Questa è davvero la mia ultima lettera per lui.
Senza disegni. Con un bacio, alla fine.

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