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Bologna, sindaco in pressing sulle nozze gay

Più che istituzionale, lo scontro sotto le Due Torri è surreale: da un lato il primo cittadino che fa, perfettamente consapevole, una direttiva contro la legge in nome di una "battaglia di civiltà", dall'altro il prefetto che invita a non compiere forzature.


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Quel che sta succedendo a Bologna è surreale. C’ è un sindaco, Virginio Merola, sostenuto una parte del Pd e da Sel, che fa un atto contro la legge di cui, peraltro, è perfettamente consapevole. E un prefetto, Ennio Mario Sodano, che non può fare altro che richiamarlo al rispetto della legge stessa invitandolo a revocare la direttiva che prevede il via libera alla trascrizione dei matrimoni gay celebrati all’ estero sui registri dello stato civile.
Al di là delle posizioni ideologiche in campo, infatti, la legge italiana non permette la trascrizione di questi atti.
E il sindaco lo sa bene: «Io vado avanti», ha detto, «la trascrizione non ha effetti legali, ma simbolici. La nostra è una battaglia di civiltà». La risposta del prefetto non si è fatta attendere: «Non potevo fare altro: la trascrizione di quei matrimoni non è prevista nel nostro ordinamento». Merola, però, tira dritto e annuncia che andrà avanti anche perché, è il suo ragionamento, la procedura di registrazione anche se simbolica può comunque essere utile «in caso di revoca, per chi si è registrato, per ricorrere alla magistratura». Per dirla in gergo calcistico, il primo cittadino realizza un assist per le coppie che poi vorranno battagliare in tribunale.

Parlare di scontro istituzionale è improprio perché alla forzatura del sindaco, un «colpo di mano» l’ ha definito la Curia di Bologna, il prefetto ha risposto come doveva. Paradossalmente, i due, sindaco e prefetto, si trovano d’ accordo su un punto, e cioè che deve essere il Parlamento a legiferare su questo tema.  
Solo che uno, Merola, ha fatto un atto contrario alla legge e l’ altro, Sodano, ha difeso le prerogative della legge. E il messaggio, rischioso, che passa è che c’ è un sindaco che disobbedisce al prefetto della sua città, chiamato a far rispettare la legge. Chiaro che in questa disputa il nocciolo vero del dibattito passa in secondo piano, e cioè  il significato del matrimonio come istituto civile con un significato sociale specifico sul piano antropologico, storico e del diritto.

La Chiesa di Bologna, tramite il vicario generale monsignor Giovanni Silvagni, pur nella chiarezza della sua posizione, ha invitato ad alzare lo sguardo e riflettere sul fatto che il matrimonio e la famiglia biparentale ed eterosessuale, «prima di essere un fatto giuridico, è un dato antropologico, che la legge riconosce e non istituisce. E non è modificabile a piacimento dal legislatore».  

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