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"Non lasciamo solo il popolo albanese"

L'appello dopo il sisma di padre Luigi Cannato, delle Figlie della Carità e degli altri religiosi e religiose italiani presenti in Albania. "Non dobbiamo smettere di prestare soccorso, il problema è quando si spegneranno i riflettori sulla tragedia"


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Lo sciame sismico non dà tregua all'Albania. Anche qualche ora fa, mentre eravamo al telefono con padre Luigi Cannato, superiore della Comunità vincenziana di Scutari, la terra continuava a tremare. «La gente è terrorizzata. Pur essendo a Gruda, vicini a Scutari, e lontani da Durazzo, anche noi, al momento della prima scossa fortissima, siamo sobbalzati dal letto e siamo rimasti impietriti per almeno trenta secondi», racconta. In sottofondo si sente anche la sirena di un'ambulanza che transita più volte e poi un gran vocío, rumore di calcinacci. Si sta ancora lavorando alla ricerca di persone rimaste intrappolate. Padre Luigi è in auto con suor Elizabete Saliqna, responsabile delle Figlie della Carità (appartengono anch'esse alla San Vincenzo De' Paoli) della regione Albania-Kosovo. Da quando c'è stata la prima scossa, nella notte tra il 26 e 27 novembre, fanno la spola tra Durazzo che, con il vicino villaggio Thumane, è stato l'epicentro del sisma, e Scutari, per cercare di capire quali sono i bisogni maggiori. «A Durazzo - dice p. Luigi - abbiamo una comunità di suore, abitavano al quinto piano di un condominio di dieci, e hanno dovuto lasciarlo, perché pericolante. Di aiuti ne sono già arrivati tanti, soprattutto dal Kosovo, che in qualche modo ricambia il “favore” che gli albanesi fecero loro ospitando i profughi durante la guerra che sconvolse il loro Paese nel 2000. Poi dall'Italia e dalla Serbia. Il problema - come spesso succede - è che quando arrivano gli aiuti, scoppia il caos. Chi è più abile, riesce a prendere, chi lo è meno - come gli anziani, i disabili, le donne con bimbi piccoli - faticano. Le nostre suore si stanno prendendo cura proprio degli ultimi».

I religiosi e le religiose della San Vincenzo assieme alle consorelle della congregazione del Preziosissimo Sangue, hanno subito offerto quanto avevano in casa, dai materassi alle coperte. «Abbiamo svuotato le nostre case - continua padre Luigi - e adesso abbiamo chiesto all'economo di ricomprare mobili e suppellettili, perché abbiamo dato la disponibilità per accogliere chi non ha più un tetto. In tutto, disponiamo di 45 posti letto. Il problema è che noi siamo a Scutari e le famiglie non vogliono lasciare le loro case incustodite, quindi preferiscono dormire in auto in prossimità, con tutte le difficoltà del caso. In questi giorni la pioggia continua a scendere, c'è grande umidità». I padri vincenziani lavorano assieme alla Caritas Albania, alle altre congregazioni religiose e alla Chiesa tutta. «Che sicuramente è molto più organizzata della protezione civile locale - riprende padre Luigi -. Ieri è stato un caos totale. Prima la gente è stata ammassata allo stadio, dove le condizioni igieniche erano pessime, poi è stata spostata in alcuni campi improvvisati, ma c'è molto da fare per renderli vivibili. Quello che ci preoccupa è il domani, quando tutti se ne andranno e i riflettori si spegneranno. Allora sarà la vera tragedia». Altre congregazioni religiose operano in zone più remote dell'Albania. Come le Suore della Divina Volontà di Bassano del Grappa (Vicenza), che si trovano a Lushnjë, ad una trentina di chilometri da Durazzo. «La scossa l'abbiamo sentita - dice suor Armanda Balliana -, ma non abbiamo avuto danni. Il vescovo Giovanni Peragine ci ha convocate dicendo di procurare coperte, alimenti e vestiario». A Suç, sulle montagne della regione del Mat, a circa due ore di strada da Durazzo, ci sono le suore Maestre di Santa Dorotea. «Nel nostro comune - spiega la superiora suor Chiara Pietta, che è anche responsabile della Caritas locale - diciotto famiglie hanno la casa inagibile. Stamattina hanno posizionato le tende e noi siamo a disposizione».

«Facciamo catechesi nella zona di Durazzo, e lì è crollato il tetto dell'edificio che utilizziamo per il catechismo - afferma suor Teresa Torresan, delle suore francescane alcantarine, rientrata in Albania stamattina dopo un periodo in Italia per un intervento chirurgico -. A Tirana abbiamo una casa di accoglienza per giovani universitarie. Erano spaventatissime, ma sono rientrate tutte in famiglia. AL momento stiamo seguendo in particolare una signora vedova con un bambino, rimasta senza casa e disperata». A Zheya, quaranta chilometri da Tirana, ci sono le suore Oblate. Suor Valentina Nutricato, dall'Italia, Molfetta, dove c'è la Casa generalizia, ci racconta che la sua consorella in Albania continuava a ripetere: “La gente si sentiva male, soprattutto gli anziani perché la scossa è durata a lungo. Io stessa non pensavo di essere così paurosa”. «Soffriamo con la gente di qui, cerchiamo la pace e la serenità nello spirito per capire come soccorrere. Siamo nelle mani di Dio», conclude suor Elizabete Saliqnai, delle Figlie della Carità di Scutari.

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