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«Noi che potevamo finire come Stefano Cucchi»

Per la prima volta il film "Sulla mia pelle" è stato proiettato all'interno di un penitenziario. Ecco il toccante confronto tra il regista Alessio Cremonini e i detenuti


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«Una volta menavano di più», commenta laconico Federico (il nome, come tutti gli altri in questo servizio, è di fantasia), capelli bianchissimi e un quadernone fra le mani fitto di appunti, dopo aver visto Sulla mia pelle. Sì, proprio il film che ricostruisce la storia di Stefano Cucchi, il ragazzo morto nel 2009 mentre era in custodia cautelare e per il quale si sta svolgendo un processo che vede coinvolti alcuni carabinieri accusati di avere innescato, con le violenze a cui lo avrebbero sottoposto,  la spirale di sofferenza che dopo una settimana lo avrebbe ucciso. Dopo aver fatto incetta di premi, per la prima volta è stato proiettato in un carcere, il Coroneo di Trieste.

I detenuti che l’ hanno visto hanno ora la possibilità di confrontarsi con il regista Alessio Cremonini. «Pensavo che quest’ evento avvenisse prima», dice. «Evidentemente in questo carcere c’ è una sensibilità particolare». È così: questa masterclass, organizzata dallo ShorTS International Film Festival, fa parte di un progetto, realizzato in collaborazione con Enaip, che da anni offre la possibilità ai detenuti di frequentare un corso di formazione sulle tecniche audiovisive, spendibile poi una volta tornati in libertà.

Federico si accomoda con i suoi compagni nella saletta che ospiterà la masterclass e noi prendiamo posto accanto ai suoi compagni. Non c’ è bisogno di far domande: basta tirar fuori un taccuino e tutti capiscono subito chi siamo. Ogni detenuto desidera ardentemente che qualcuno lo stia ad ascoltare. Specie se, come nel caso di Maurizio, ha vissuto sulla sua pelle un’ esperienza molto simile a quella di Cucchi: «Quando mi hanno arrestato, mi hanno legato con le manette a un calorifero e poi massacrato di botte per sapere dove nascondevo la droga. Alla fine, mi hanno detto: “Se vuoi parlare con i tuoi genitori, devi firmare un foglio dove dichiari che sei caduto”. Io stavo già male di mio, ero in crisi di astinenza, così ho resistito solo un giorno e poi ho firmato. Quando ho visto il film, anche se sono passati tanti anni, ho rivissuto tutto: è stato tremendo».

Altri detenuti vorrebbero raccontare la loro storia, ma la masterclass inizia e tutti ascoltano con attenzione Cremonini. Che subito li spiazza: «Non ho fatto questo film per sostituirmi alla magistratura, per puntare il dito contro qualcuno. Ogni film nasce da un’ idea e quella che mi ha guidato in questo caso è stata la mia fede. Sono cattolico e da credente ho visto nella vicenda di Stefano Cucchi una profonda analogia con il calvario vissuto da Gesù, la sua sofferenza, la sua solitudine. Un’ impostazione evidente nella scena in cui la sorella Ilaria rivede Stefano all’ obitorio. Prova a toccarlo, a dargli un’ ultima carezza, ma non può perché quel povero corpo è stato chiuso in una teca di vetro. Ho immaginato questa scena come una Deposizione rinascimentale, con Stefano al posto di Gesù e Ilaria al posto di Maria».

Interviene allora Francesco per chiedere spiegazioni su un’ altra scena che l’ ha molto colpito: quella in cui Cucchi finalmente approda in un’ aula di tribunale: «Possibile che né il giudice, né l’ avvocato, né il Pm si siano accorti delle sue condizioni?» Cremonini rimanda la palla dall’ altra parte: «Secondo voi, com’ è potuto succedere?» «È un sistema costruito sull’ omertà», dice convinto Dario. «Giudici, avvocati, forze dell’ ordine, medici: tutti si coprono a vicenda». Giuseppe invece è più pratico: «I giudici hanno migliaia di fascicoli da leggere. Quando non ce la fanno, rinviano. E noi intanto soffriamo». Il regista chiude il suo intervento con una nota personale. «Un mese dopo la fine del film ho scoperto di essere malato di cancro. Mi sono quindi trovato a passare le giornate tra medici ed esami, come è successo a Stefano. E questo mi ha ancora più convinto della bontà della mia scelta narrativa: tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con il dolore e la morte. Io per ora mi sono salvato. Stefano no. Non siamo riusciti a salvare un ragazzo per poi, eventualmente, fargli scontare in carcere le sue colpe. Come cittadini di un Paese democratico, è questa la nostra più grande sconfitta».

Prima di uscire dalla saletta e di ritornare nelle loro celle, Maurizio e Dario ci tengono a sottolineare che qui a Trieste tutti li trattano bene, ma che non sempre è andata così. «In altre carceri  ho visto compagni prelevati alle cinque del mattino dalle guardie e portati in mutande su un furgoncino per un trasferimento», ricorda Maurizio. «In un attimo, perdi tutte le tue cose. Perché questa cattiveria? E poi ci sono carceri dove tutto profuma e altre piene di cimici, dove entri sano ed esci malato. Quando la porta di una prigione si chiude, la tua vita diventa una lotteria».

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