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Torino, monsignor Nosiglia tra rifugiati e profughi

L’ arcivescovo ha incontrato i rifugiati, ha dialogato con i giovani rappresentanti del Comitato che li assiste. E ha promesso che solleciterà chi di dovere a intervenire per risolvere i problemi dei circa 800 profughi e richiedenti asilo arrivati in città ormai due anni fa, 400 dei quali si trovano nelle case dell'ex Villaggio olimpico.


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«Non sono venuto per una visita di cortesia. Desidero farmi carico dei vostri problemi, delle vostre storie personali, delle vostre richieste. Intendo avviare un dialogo con le autorità perché si possano affrontare almeno le emergenze più pressanti, cioè permesso di soggiorno e residenza».

E' una promessa concreta, un segno di vicinanza tangibile quello che monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, vuole lasciare ai 400 migranti che da oltre tre mesi occupano le palazzine abbandonate dell'ex villaggio olimpico. Impossibile non cogliere la sintonia tra questa visita, già stabilita da tempo, e quella, prevista tra poche ore, di papa Francesco ai profughi di Lampedusa. Due storie simili, due percorsi paralleli che si intrecciano.

I migranti delle palazzine torinesi, quasi tutti rifugiati politici e titolari di protezione, conoscono bene Lampedusa. Molti di loro vi sono sbarcati nel 2011, dopo viaggi disumani tra Libia e Italia. Per due anni sono stati ospitati in comunità e centri d'accoglienza, come previsto dal progetto Emergenza Nord Africa. Ma quando, lo scorso marzo, l'emergenza è "scaduta", loro si sono ritrovati in strada, alla ricerca di un tetto di fortuna. E alla spicciolata hanno cominciato a occupare l'ex villaggio degli atleti: una struttura inaugurata nel 2006 per le olimpiadi invernali e poi abbandonata a sé stessa, fino a cadere in rovina.

Da tre mesi quelle stanze spoglie e sfregiate dal degrado si sono ripopolate, ma naturalmente le condizioni di vita non sono semplici e manca qualunque autorizzazione ufficiale.
Si riesce ad andare avanti grazie al sostegno di alcuni enti ecclesiastici, dall'Ufficio diocesano per la pastorale dei migranti al Sermig (che manda ogni giorno dei pasti caldi). E anche grazie al Comitato di solidarietà ai rifugiati, una rete spontanea: venti giovani volontari che con una dedizione impressionante si sono messi a totale disposizione. Dando tutto: tempo, risorse, competenze lavorative. Un gruppo prezioso, che però non può essere lasciato solo a gestire un'emergenza sempre più complicata. Lontanissima dall'ufficialità delle visite paludate, quella dell'arcivescovo, che nel corso della giornata ha visitato anche altre case occupate, è una presenza all'insegna dell'ascolto.

Monsignor Cesare Nosiglia vuole vedere le stanze (alcune hanno qualche traccia di arredo, quasi come vere case: c'è perfino modo di sedersi a un tavolo e sorseggiare un tè fresco), il locale adibito a scuola (dove si tengono corsi di italiano, inglese e francese), il magazzino, il cortile (dove si sta cercando di far nascere un piccolo orto). E naturalmente vuole conoscere gli abitanti, sentire i loro nomi, la loro provenienza, le loro preoccupazioni. Storie diverse, un leitmotiv comune: «Senza residenza non possiamo fare nulla». E' vero: la mancanza di una residenza anagrafica rende impossibile accedere ai servizi sociali, rinnovare i documenti, ottenere un regolare contratto, ricevere una borsa lavoro, iscrivere i bambini all'asilo e a scuola. 

«I sacrifici estremi che chiedo a me stessa – è la toccante testimonianza di una giovane mamma – non è giusto pretenderli da mia figlia, una bambina di appena tre anni». Paradosso tra i paradossi: 
quelle palazzine piene di vita, abitate da mille lingue e nazionalità (dal Ghana al Niger, dal Ciad al Mali, dalla Somalia al Burkina Faso) sulla carta non esistono. Infatti, come accade per molti edifici abbandonati, l'anagrafe le ha cancellate dai suoi registri. «Una soluzione potrebbe essere quella della residenza collettiva – spiega Laura Martinelli, giovane giurista e membro del Comitato di solidarietà – Si tratterebbe di costituire una associazione che abbia tra gli obiettivi dello statuto l'accoglienza dei rifugiati. Ma resta da capire quali siano i diritti collegati a questo tipo di residenza. Purtroppo non esiste una normativa al riguardo. Abbiamo avviato un dialogo col Comune per vagliare questa possibilità, ma siamo ancora in attesa di una risposta».

Altro problema cruciale è quello del permesso di soggiorno umanitario, che scadrà a fine dicembre a meno che i titolari riescano a trovare un lavoro nel frattempo, eventualità molto difficile in uno scenario occupazionale drammatico. Ma questo è un problema che non si può risolvere a livello locale: in Italia coinvolge circa 20.000 persone. Ecco i nodi principali: affrontarli, come sintetizza Carlo Maddalena a nome dell'intero Comitato, significherebbe garantire ai rifugiati «un orizzonte di vita dignitoso, non basato sulla semplice assistenza».

L'arcivescovo, accompagnato da Sergio Durando, direttore Ufficio diocesano per la paastorale dei migranti, ascolta, chiede, prende nota. E prevenendo possibili obiezioni fatte da quanti, anche in ambito politico, sostengono che in tempi di crisi andrebbero privilegiati gli italiani, cosa che innescherebbe una triste guerra tra poveri, monsignor Nosiglia puntualizza: «Chiunque sia in difficoltà deve essere aiutato, perché Dio è vicino a tutte le persone che soffrono».
 Ai migranti raccomanda: «Restate uniti. Tornerò presto a trovarvi. Spero che nel frattempo altri vertici istituzionali vengano ad ascoltare le vostre richieste. Ma se non lo faranno sarò io a parlare per voi».

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