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Monsignor Enrique Angelelli: beato il vescovo dei poveri che lottava per la giustizia

Il 27 aprile si celebra in Argentina l’ elevazione agli altari del vescovo di La Rioja e di altri tre martiri, uccisi dalla dittatura nel 1976. «Sono modelli di una Chiesa a servizio del popolo»


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Il popolo se n’ è impadronito rapidamente e festeggerà i quattro «Martiri della Rioja» – come vengono chiamati in Argentina – nelle chiese, nelle piazze, nelle villas d’ emergenza. «Sono nati nel seno del popolo, sono morti per il popolo e diventeranno santi del popolo» è il messaggio che accompagna le mobilitazioni che precedono la celebrazione delle beatificazioni di Enrique Angelelli e compagni, che si svolgerà il 27 aprile nella città di La Rioja, la capitale dell’ omonima provincia.

Valga per tutti quello che avverrà nel barrio di León Suarez con le sue villas miserias. In concomitanza con il rito di beatificazione presieduto dal cardinale Angelo Becciu, nella sua veste di prefetto della Congregazione per le cause dei santi, se ne officerà uno in loco nelle vicinanze della stazione ferroviaria, dove si dipingeranno murales, si ascolteranno testimonianze, si canterà e si ballerà. Il tutto al culmine di un mese di missione popolare casa per casa per distribuire un trittico con la vita di Angelelli e degli altri tre martiri.

«Papa Francesco avrebbe potuto beatificare solo monsignor Angelelli», osserva il leader dei preti delle villas argentine, don Pepe Di Paola, «ma ha scelto di aggiungere anche un religioso (Carlos de Dios Murias), un sacerdote (Gabriel Longueville) e un laico impegnato (Wenceslao Pedernera), cioè tutte le vocazioni ordinate della Chiesa, vissute con il peculiare orientamento del servizio ai più umili». E mentre nella città di La Rioja si leggerà il decreto firmato dal Papa il 10 giugno 2018 sulle virtù del «piccolo gruppo di martiri appartenenti all’ insieme del popolo di Dio, guidato da Angelelli», a 1.200 chilometri di distanza, nella cintura di Buenos Aires e nelle baraccopoli della capitale terra dei cosiddetti “curas villeros”, si festeggerà la loro ascesa agli altari.

La biografia ufficiale cui fa riferimento il decreto di beatificazione ricorda che nel luglio del 1968 venne affidata ad Angelelli la guida della diocesi di La Rioja, in una delle zone più povere dell’ Argentina, sottolinea che lì il vescovo ha svolto la sua azione pastorale all’ insegna dell’ opzione preferenziale per i poveri «raccomandata dal magistero conciliare e dai documenti dell’ episcopato latinoamericano» e che proprio questa impronta ecclesiale ha «attratto l’ odio del regime dittatoriale che si estendeva in tutto il Paese».

VESCOVO DEL POPOLO

La biografia consegnata ai posteri stabilisce un nesso diretto tra il contesto politico, sorto in seguito al golpe militare del marzo 1976, e la persecuzione verso Angelelli e i suoi collaboratori «sempre più esplicita e violenta» con il passare degli anni, in contrasto con lo svilupparsi del suo ministero. Fino allo snodo fatale del 4 agosto 1976 lungo la strada nazionale 38 – oggi ribattezzata “Ruta Monsignor Enrique Angelelli” – all’ altezza della località di Punta de los Llanos dove fu ordito il falso incidente automobilistico che ne provocherà la morte.

Con la fine della dittatura ebbe luogo un processo penale che porterà la magistratura a una sentenza di condanna. La giustizia argentina infatti riaprì il caso nel 2010 dopo che numerosi testimoni, persone ben informate, qualche ex militare “pentito”, e prove schiaccianti, misero in evidenza la falsità della tesi ufficiale dell’ incidente stradale.

Il 4 luglio 2014 infine una sentenza «riconobbe la natura dolosa dell’ incidente, organizzato da coloro che detenevano il potere politico nell’ Argentina di quegli anni». Si sa anche che nella conclusione del processo è stata decisiva l’ incorporazione di due documenti che il Papa personalmente inviò per essere presentati davanti al tribunale argentino che ha condannato all’ ergastolo i militari Menéndez, Estrella e Vera nel febbraio del 2013. Si trattava proprio delle due lettere che il vescovo aveva con sé al momento di essere assassinato, mandate in copia al Vaticano alcuni giorni prima.

Vale sottolineare che la figura di monsignor Angelelli, come emerge negli ultimi documenti tanto della Chiesa argentina come nelle parole che verranno spese nelle imminenti celebrazioni di La Rioja, è posta esplicitamente in relazione con il concilio Vaticano II e connessa con la tradizione post-conciliare latinoamericana, la cosiddetta “teologia del popolo”, che annovera momenti di sintesi che si snodano lungo mezzo secolo e arrivano alla Conferenza generale di Aparecida del 2017, passando per figure come monsignor Romero in El Salvador. Angelelli viene dunque collocato nel solco di Romero più di quanto già non ve lo spingano analogie come la morte violenta e le denigrazioni patite in vita da entrambi, e ciò nonostante sia stato fra i primi vescovi latinoamericani uccisi dalla violenza politica e il suo sacrificio riconosciuto per ultimo.

SONO I MAESTRI DI FRANCESCO

Anche in questo senso i quattro nuovi beati sono un frutto diretto del pontificato di Bergoglio, che di monsignor Angelelli e compagni è stato il grande sponsor. «Papa Francesco conobbe Angelelli come provinciale gesuita e in quegli anni ha visitato la diocesi dove lavoravano dei sacerdoti della sua congregazione, alcuni dei quali hanno anche patito la persecuzione e il carcere in quei giorni», afferma Marcelo Colombo, oggi arcivescovo di Mendoza e a lungo vescovo di La Rioja, un altro grande promotore dell’ esito cui assisteremo tra qualche giorno. Colombo ricorda che «nel 2006, in occasione del 30° anniversario dell’ assassinio di Angelelli, Bergoglio presiedette le celebrazioni con la partecipazione di molti vescovi e sacerdoti. La sua omelia di allora fu eloquente. La ricordano tutti con emozione. Come presidente della Conferenza episcopale argentina decretò la creazione di una commissione d’ indagine ad hoc presieduta da monsignor Giaquinta».

Angelelli, Murias, Longueville e Pedernera «sintetizzano l’ immagine di Chiesa perseguita dal Papa, più impegnata con gli uomini, a partire dai più poveri», commenta padre Pepe, che vede nella decisione di beatificarli «un messaggio straordinario che fa arrivare a noi tutti argentini, come potrebbe farlo venendo di persona». Con la beatificazione di Angelelli e compagni si può dire che qualcosa di papa Francesco arriverà in Argentina già nel 2019.

IL ROMERO D’ ARGENTINA

Enrique Angelelli (1923-1976) è considerato il “Romero d’ Argentina” per la somiglianza della sua vita con quella del santo vescovo di San Salvador.  Nominato vescovo di La Rioja nel 1968, si impegna per la difesa dei diritti dei poveri con la creazione di sindacati e cooperative. Il 24 marzo 1976, un colpo di Stato esautora la presidente Isabel Perón e dà vita a una dittatura di estrema destra gestita da una “giunta militare” che proseguirà fino al 1983. Il regime mette a tacere le opposizione e reprime il dissenso con una ferocia inumana. Si calcola che circa 30 mila siano le persone rapite dai militari e sparite nel nulla (desaparecidos). Monsignor Angelelli è tra le vittime di questa repressione il 4 agosto del 1976. Stessa sorte tocca ad altri cristiani: il francescano Carlos de Dios Murias (30 anni) e il missionario Gabriel Longueville (45 anni) vengono sequestrati, torturati e uccisi il 18 luglio 1976. Il sindacalista cattolico Wenceslao Pedernera (39 anni) è ucciso davanti alla sua famiglia il 25 luglio.

Foto Reuters.

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