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Il cinema racconta la Primavera araba

Al Festival del cinema africano, Asia e America Latina, a Milano, film e documentari sui movimenti di rivolta e le tensioni sociali nei Paesi del Maghreb.


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Riflettori accesi sul mondo arabo. Anche quest'anno il Festival del cinema africano, Asia e America latina, che si conclude oggi 25 marzo a Milano, ha puntato il suo sguardo sul lavoro di documentazione, testimonianza e narrazione dai Paesi del Maghreb. Un anno fa, la ventunesima edizione della rassegna organizzata dal Centro orientamento educativo (Coe) aveva raccolto "a caldo" le prime reazioni dei cineasti arabi alle grandi rivoluzioni in Tunisia e in Egitto scoppiate poco tempo prima, presentando anche produzioni che, in qualche modo, avevano anticipato il cambiamento.

Quest'anno, con la sezione speciale "Mondo arabo: atto II", il festival ha riflettuto sulle trasformazioni politico-sociali in corso nei Paesi arabi, offrendo al pubblico chiavi di lettura e interpretazioni di registi e videomaker sia arabi che italiani. Lavori in primo luogo documentaristici e socialmente impegnati, che non disdegnano di usare materiale video amatoriale e immagini riprese con i cellulari (come hanno fatto ad esempio Andrea Balossi Restelli, Lucrezia Botton e Matteo Vivianetti nel documentario Ho visto): un modo per essere ancora più aderenti alla realtà dato che, nelle rivolte di piazza, telefonini e fotocamere hanno spesso soppiantato i media tradizionali diventando i principali strumenti per raccontare gli eventi.

Nel film che ha aperto il festival, El Shooq (Lussuria), il popolare regista egiziano Khaled El Hagar esprime una potente critica sociale ritraendo la miseria e lo stato di abbandono dei quartieri poveri di Alessandria d'Egitto, dove gli immigrati vivono in condizioni di estremo degrado. Sui giorni della primavera araba, invece, punta l'attenzione la 25enne egiziana Yara Lotfy: nel cortometraggio Om Ali la giovane regista rilegge la rivoluzione di piazza Tahrir attraverso lo sguardo coinvolto e curioso di una nonna i cui due nipoti vivono, in modi differenti, la rivolta. Il movimento di piazza Tahrir unisce le diverse generazioni della società egiziana: l'anziana donna torna con la mente al marito, martire della guerra dell'ottobre 1973, e decide di ricominciare a cucinare l'om ali - piatto tipico della tradizione egiziana fatto di pane, latte e frutta secca - come faceva al tempo del conflitto di quasi quarant'anni prima. Nessun riferimento autobiografico, spiega la giovane regista, ma la rappresentazione di quello che nei giorni della rivoluzione accadde in moltissime famiglie egiziane.

Nel documentario Rouge Parole (Parola rossa), il tunisino Elyes Baccar racconta le rivolte del popolo della Tunisia dopo il suicidio di Mohamed Bouazizi: per documentare i fatti e le vite dei personaggi nel modo più aderente possibile alla realtà, il regista ha viaggiato attraverso diverse città e regioni del Paese, usando anche materiale amatoriale.

Il Marocco ha vissuto la primavera araba a livello marginale: qui le manifestazioni popolari non sono sfociate in una rivoluzione. Ma questo Paese vive le stesse tensioni e inquietudini sociali del resto del Maghreb. Sur la planche (Al limite) di Leïla Kilani e Mort à vendre (Morte in vendita) di Faouzi Bensaïdi sono ritratti vividi e amari della condizione di emarginazione sociale, schiacciamento e disillusione della gioventù nelle realtà urbane marocchine, in città come Tangeri e Tetouan. In Sur la planche la Kilani, giornalista e documentarista di Casablanca, fotografa con lucido realismo frustrazioni e aspirazioni di due ragazze del ceto popolare, temerarie e disincantate, che per lavoro passano le giornate a pulire gamberetti tra le pareti asfissianti di una ditta di Tangeri e nello stesso tempo sognano di elevarsi socialmente, mentre la durezza della vita le porta a scelte al limite.

Molto interessante è lo sguardo dei registi italiani sulla primavera araba: per girare il documentario Tahrir Liberation Square, il palermitano Stefano Savona si è mescolato tra la folla della piazza del Cairo, assorbendo e catturando in presa diretta le gioie e le tensioni in quei giorni caldi di insurrezione, le incertezze, le inquietudini e le speranze degli egiziani per il futuro del loro Paese.

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Un'immagine del documentario Ho visto di Andrea Balossi Restelli, Lucrezia Botton e Matteo Vivianetti.
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