Roma 1960, la corsa infinita di Livio

Il 3 settembre di mezzo secolo fa Berruti vinceva i 200 metri. Piccolo viaggio in parole e video dentro un'avventura che non ha finito di spremere passione e ricordi.


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Devo a Livio Berruti l’ americanizzazione del mio e suo grande liceo classico Camillo Benso conte di Cavour, in Torino: nel senso che grazie ai suoi successi ho provato, e non da solo, un orgoglio di appartenenza ad esso postscolastico o giù di lì, alla statunitense o canadese, tipo Ymca (uai-em-si-ei nella canzone celebre), e il piacere di dirne il nome nel mondo, aggiungendo che allievi sono stati anche Vittorio Pozzo citì del calcio azzuro due volte mondiale e una volta olimpico, Primo Nebiolo e Luciano Nizzola presidenti dell’ atletica addirittura mondiale e del football italiano, e tanti giornalisti sportivi. 

    Livio più giovane mi succedette e soprattutto mi appiattì nell’ albo d’ oro dei successi sportivi, io nuoticchiavo alla piemontese, titoli regionali di categoria, lui vinceva nel mondo e vinceva il mondo, Olimpiadi e Universiadi. Per mezzo secolo abbiamo confrontato pagelle e professori, sempre restando figli di quel cortile ghiaioso che fungeva da palestra all’ aperto, e dove un giorno montai i regoli della corsa ad ostacoli al contrario, e Livio – che aveva cominciato col salto in lungo nel programma conifero “sport nella scuola”, ma che non riusciva a non corricchiare – franò al primo contatto con la prima barretta. 

    Il Cavour, come diciamo sempre affettuosissimamente, in particolare e Torino in generale sono stati i fondali giusti e direi decisivi per la crescita di Berruti, talento naturale assoluto però estratto bene e gettato avanti grazie alla cultura e alla serietà di una scuola e della città che la serrava dentro coinvolgendola (e la serra ancora). Il fare, o quanto meno cercar di fare, tutto bene con educazione e discrezione, l’ omaggiare una fortuna casuale, di nascita come di ambiente, col massimo impegno, sempre, e anche se si vince alla lotteria continuare a lavorare per comprare tanti biglietti. 

    Il tutto con una educata discrezione scambiata da troppi per timidezza. Cercando anche nei momenti massimi di non dare disturbo, come dice dei torinesi veri il torinese Guido Ceronetti: e sul prato dell’ Olimpico romano, dieci minuti dopo la vittoria, Livio diceva, al giornalista amico che lo abbracciava singhiozzando, di stare calmo.

                                                                                       Gian Paolo Ormezzano

Le Olimpiadi, tutte, hanno questo di speciale: campioni del mondo si resta fino al campionato successivo, campioni olimpici invece si è per sempre. Basta avere l'accortezza di giustapporre al titolo la data. Vale per tutti, è vero, però alcuni più di altri hanno la ventura di rimanere intrappolati nel mito come nell'ambra.

Capita a quelli che sono stati pionieri, a quelli che hanno regalato alla storia un'immagine troppo felice o troppo drammatica: sono quelli che non puoi dimenticare neanche se vuoi.

Dorando Pietri, Londra 1908. Uno che non vinse niente, ma commosse il mondo crollando a quattro passi dal traguardo della maratona. Era entrato primo nello stadio, ma la fatica stava vincendo al posto suo. Qualcuno gridò aiutatelo. Lo fecero, accorsero, lo sostennero. Arrivò primo, ma fu squalificato perché sorretto. La medaglia d'oro, una copia, la ebbe soltanto come omaggio. Dalla regina. A Londra era arrivato viaggiando in terza classe.

Edoardo Mangiarotti, Berlino 1936 -Roma 1960: 6 ori, 5 argenti, 2 bronzi. Spicca nell'infinita teoria degli schermdori azzurri. Di tutto lo sport delle armi bianche, che ha dato alla storia olimpica italiana come nessun altro, Edoardo Mangiarotti è stato il rappresentante più prolifico e longevo. Nessuno, in nessuno sport, ha raccolto quanto lui. Dovrebbe bastare a non scontentare nessuno, anche se in punta di fioretto e a fil di spada, davvero tanti starebbero bene in questa rassegna. Sei ori aveva già vinto prima di lui tra Stoccolma e Anversa, Nedo Nadi. Ad Anversa nel 1920, quando re Alberto del Belgio si accostò per consegnare la medaglia, vedendolo per la terza volta pensò a uno sbaglio. Nadi non si scompose: «Nessun errore, Maestà. E col vostro permesso tornerò ancora».

Livio Berruti, Roma 1960. Il perché è tutto in queste pagine e in quella foto.

Franco Menichelli, Tokyo 1964. Aveva rubato il mestiere ai figli degli acrobati che l'estate portarono il circo Bolsena. L'allenamento fece il resto. A Tokyo vinse l'oro
al corpo libero, l'argento agli anelli, il bronzo alle parallele. Capì di essere diventato famoso quando gli si avvicinò per complimentarsi il giornalista Vittorio Pozzo, ex Ct dell'Italia del calcio. Davvero altri tempi.

Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto, Monaco 1972-Mosca 1980. In coppia, anche
se con risultati diversi, è obbligatorio citarli. Poche storie infatti sono state intrecciate più della loro: Dibiasi tre ori dalla piattaforma (Città del Messico 1968, Monaco 1972, Montreal 1976), Cagnotto 2 bronzi dalla piattaforma e due argenti dal trampolino, spalmati tra Monaco e Mosca 1980. Cagnotto e Dibiasi erano coetanei, dividevano la stanza in ritiro e tutte le gare dall'Olimpiade alla stracittadina e ritorno.
I tuffi in Italia non avevano mai avuto storia. L'hanno fatta loro. E continua pure.

Sara Simeoni, Montreal 1976-Los Angeles 1984. E' stata la prima donna in un mondo pensato per gli uomini. Ai Giochi avevano già vinto altre, ma il primato del mondo era un'altra cosa. A Brescia nel 1978, tanto per capire, quanto saltò 2,01 per la prima volta non c'era stampa a salutare il record mondiale. Erano tutti ad assistere alla Coppa Europa maschile. Sara non è solo l'unica donna ad aver vinto tre medaglie olimpiche nell'atletica (due argenti, 1976 e 1984, e un oro, 1980) è stata quella che ha costretto, a suon di risultati, gli uomini ad occuparsi dello sport femminile alla pari.

Giuseppe e Carmine Abbagnale, timoniere Giuseppe "Peppiniello" Di Capua (Los Angeles 1984, Seoul 1988, Barcellona 1992). Agostino Abbagnale (Seul 1988, Atlanta 1996, Sydney 2000). Più che un mito un monumento di quelli con tante statue intrecciate insieme. Perché i fratelli Abbagnale sono stati anche per il mondo un'icona italiana, come la pizza, come la fontana di Trevi. Vincevano con una forza allegra, erano una certezza. Otto anni al vertice, due volte primi, una volta secondi. La festa era sempre quella: afferravano Peppiniello Di Capua uno per i piedi, l'altro per le braccia
e lo lanciavano in acqua. E non era nemmeno finita, mentre loro portavano al traguardo il "due con" (dove con sottintende il timoniere), il loro fratello minore Agostino raccoglieva il testimone e vinceva 3 ori tra "quattro e due di coppia" prolungando
la dinastia fino a Sydney 2000.

Jury Chechi, Atlanta 1996, Atene 2004. La sua Olimpiade doveva essere Barcellona 1992. Dominava da anni gli anelli e il mondo lo credeva predestinato al gradino più alto in Catalogna. Si mise di traverso la sfortuna: tendine d'Achille rotto un mese prima dei Giochi. Per la ginnastica azzurra la diagnosi era il simbolo di una fine, perché così 28 anni prima aveva finito la sua avventura Menichelli. Invece Chechi tornò e si prese
ad Atlanta l'oro scritto nel suo destino, reso più nobile dal dolore attraversato.

Domenico Fioravanti, Sydney 2000. Sono state sue nei 100 e 200 rana le prime medaglie d'oro del nuoto italiano. Prima solo l'argento di Novella Calligaris, nessun uomo mai solo al comando in vasca. Non furono le uniche e furono in casa dei più grandi nuotatori del globo. Cominciava lì una stagione di schizzi gloriosi che dura ancora. Fioravanti avrebbe vinto ancora, se il cuore non l'avesse forzato a un prematuro ritiro.

Stefano Baldini, Atene 2004. Ha annunciato pochi giorni fa che la sua avventura nell'atletica finisce qui definitivamente. E questo gli dà diritto a fare l'ultimo di questa prestigiosa fila, da cui sono esclusi, per il momento, quelli ancora in corsa, per quanto grandi. Perché il mito ha bisogno di decantare. La maratona di Baldini è di per sé una conclusione ideale. Ha corso e vinto sul percorso di Fidippide, da Maratona ad Atene, com'era scritto nel mito della Grecia antica. Di più, scusate, non si poteva.

Ps. La scelta è stata arbitraria e doveva essere breve. Ci perdonino i tanti
che avrebbero meritato e non ci sono.

E.Chi.

Già, Roma 1960 di Berruti e mia. Ci ho messo mezzo secolo per informarmi bene sulla mia classifica personale, con Roma 1960 davanti alle altre 23 edizioni dei Giochi olimpici da me seguite come giornalista, per quello che è un greve primato mondiale di lavoro. 

    Ho raccolto testimonianze, critiche, consensi, ma quasi sempre quelli dell’ ”io c’ ero”, e anche in maggioranza quelli del “mi hanno raccontato”, sono stati d’ accordo con me: Roma la più bella Olimpiade estiva, almeno del dopoguerra. E poi io ci metto, vicine, Seul 1988 e Barcellona 1992. Mentre per l’ inverno nessun dubbio. Lillehammer 1994 molto sola al comando. 

    C’ entrano i miei 25 anni di allora, e lo stupore felice dell’ italiano che vede i suoi fratelli di passaporto lavorare bene alla faccia delle prevenzioni e dei loro stessi innegabili difetti, c’ entrano Berruti quasi mio fratello e i miei amici della pallanuoto azzurra fattasi d’ oro, ma c’ entrano anche le bellezze di una città non ancora troppo devastata dal progresso, le sere anzi e le notti a Trastevere ancora pulita e fervida, i calori umani dei quiriti non ancora immersi nella parte smodata di un Alberto Sordi, e persino i politici discreti, rispettosi delle splendide fatiche organizzative del Coni, non predatori di onori e tangenti, con Giulio Andreotti che, presidente dell’ organizzazione, poteva persino tenere in latino l’ allocuzione al Papa nel suo discorso inaugurale senza far ridere o fare sbadigliare.
 
    Gli stranieri giornalisti e anche turisti erano arrivati con la lente di ingrandimento per scovare tutti nostri difetti, ma di giorno usavano soltanto gli occhiali da sole e la sera vedevano le luci di una Roma bella come nella canzone di Anna Magnani.

                                                                                                                  G.P.O.

Anche mezzo secolo dopo, le Olimpiadi di Roma le possiamo rivedere e riascoltare. Furono le prime della storia ad essere seguite con dovizia di mezzi dalla radio e dalla televisione. In questi giorni la Rai, attraverso Radiouno e il canale Rai Storia, ci sta facendo rivivere alcuni dei momenti più belli dei Giochi del 1960: l'accensione della fiaccola olimpica, la volata di Berruti, i match di Nino Benvenuti, il trionfo dell'etiope scalzo Abebe Bikila nella maratona. Radiouno ha dedicato una intera mattinata al ricordo dell'evento con le voci di tanti testimoni e protagonisti. Antonio Preziosi, direttore del Giornale Radio e di Radiouno, è soddisfatto.

    «Abbiamo ottenuto», dice, «eccellenti riscontri dai radioascoltatori. Le Olimpiadi di Roma sono ancora nella memoria di quanti hanno avuto modo di seguirle nel '60 attraverso la radio e la televisione. Il nostro 'speciale' ha riportato gli ascoltatori a rivivere con noi quelle emozioni. E' stato emozionante risentire le voci ed i racconti di radiotelecronisti storici del servizio pubblico. Ed è servito ai giovani per comprendere lo spirito olimpico che ha animato l'Italia in quel periodo storico. Non basta. Abbiamo aperto una porta sul futuro ed abbiamo detto che saremo in prima linea nel sostenere la candidatura di Roma come sede olimpica nel 2020».

    Nonostante la ricca offerta televisiva, oggi nella radio del servizio pubblico c'è ancora molto sport, è una scelta che premia? «Sì», risponde Preziosi, «è una scelta che premia sia in termini di ascolti, che di qualità dell'informazione. Ricordo con orgoglio che Radio Uno ha trasmesso la diretta di tutte e 64 le partite dei mondiali di calcio in Sudafrica. E che la squadra capitanata da Riccardo Cucchi è già partita con la nuova edizione di Tutto il calcio minuto per minuto, con la inconfondibile voce di Alfredo Provenzali».

                                                                                              Roberto Zichittella

Livio berruti, il romanzo di un campione e del suo tempo in realtà non è un vero romanzo, ma un saggio documentatissimo, pieno di storie e di cose, mica solo Berruti, anche la storia dell'atletica quasi intera e la magia di Roma 1960. 

    Una raccolta non sistematica come si fa nei saggi, a volte noiosamente cronologici, ma piena ricchezza narrativa come una collezione di racconti e di storie, incastonate una nell'altra come un'enorme matrioska. 

    Tra le pagine, scritte da Claudio Gregori, per l'editore Vallardi, ci si commuove, si sorride, si impara: si scopre senza fatica una quantità insospettabile di cultura, di viaggio, di vita, di mondo che lo sport quasi sempre contiere e nessuno quasi mai racconta. 

    Non spaventino le pagine fitte: corrono via veloci e lievi come sempre succede alle storie belle e ben scritte.

 

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