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Missioni/2: Afghanistan, perché restare?

Intersos lo chiede ai parlamentari chiamati a votare il rifinanziamento dell'intervento militare. Sempre più fondi ai soldati, sempre meno ai progetti civili. Che senso ha?


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Lancia un appello-provocazione: «Esistono ancora le ragioni perché l'Italia rimanga a combattere in Afghanistan?». Lo fa mentre sta arrivando in porto, al Senato,  il Decreto legge che rifinanzia le missioni italiane all'estero dando molto (sempre di più) ai militari e meno (sempre di meno) ai progetti civili di cooperazione, quelli per intenderci che servono a distribuire cibo e acqua potabile, a garantire cure mediche adeguate, a costruire case, scuole, ospedali, strade, ponti, ma anche - tramite mirati progetti educativi - a plasmare una cultura di dialogo, di rispetto, di collaborazione. Nino Sergi conosce bene i conflitti: non solo e non tanto perché è nato nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, ma piuttosto perché ha fin qui investito molto del suo tempo e delle sue energie in Paesi dilaniati da combattimenti come la Somalia, la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, il Libano, l'Irak. E l'Afghanistan. Nel 1992 ha fondato Intersos, un'Organizzazione non governativa specializzatasi nel campo dell'emergenza umanitaria, attiva in 14 Paesi sparsi in Asia, Africa, Europa e America centrale. Oggi, con la sua lettera-appello intende informare, aprire gli occhi, suscitare dibattito.
 

      «Stufo di vedere usato a sproposito il termine "umanitario", stanco di registrare la sostanziale rimozione dell'indirizzo politico sancito dall'articolo 11 della Costituzione, quello con cui l'Italia "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", il 25 gennaio, appena la Camera dei deputati ha approvato il decreto di legge che finanzia le missioni militari all'estero riservando briciole agli interventi di cooperazione e di sviluppo, ho scritto a tutti i parlamentari, rivolgendomi soprattutto ai senatori chiamati a dare l'ultimo parere al riguardo», dice a Famigliacristiana.it (che allega il testo integrale della sua nota)Esaminando il provvedimento, Nino Sergi lancia l'allarme sullo svuotamento della cooperazione civile rispetto alla costante crescita degli stanziamenti per gli interventi militari. «Nonostante il titolo del Decreto legge  metta in evidenza innanzitutto gli "interventi di cooperazione allo sviluppo" e solo in seconda posizione le "missioni internazionali delle forze armate e di polizia", ai primi vengono destinati solo il 3,6% dei 754 milioni stanziati per il primo semestre 2011: cioe' 27 milioni, da suddividere tra Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libano, Sudan, Somalia, Myanmar».  

    Continuando nell’ analisi del Decreto legge, Intersos sottolinea che dal 2008 i fondi destinati alle attività di cooperazione allo sviluppo sono diminuiti del 42%, rispetto all’ aumento dei fondi messi a disposizione dal Decreto con cui si finanziano le missioni, aumentati gradualmente da un miliardo (2008) a un miliardo e mezzo (2011). Se nel 2008 il Decreto legge prevedeva che il 9,4% delle risorse totali servissero le iniziative di cooperazione, nel 2009 si è scesi al 6,1%, nel 2010 al 4,7% e ora al 3,6%. «C’ è da sottolineare anche che, con il quasi azzeramento dei fondi previsti dalla Finanziaria per la cooperazione allo sviluppo (0,13% del PIL), per alcune aree rimangono ormai solamente questi pochi fondi stanziati con il Decreto "missioni internazionali», continua Nino Sergi. «L’ Afghanistan subisce così una riduzione che impedisce di pensare ad iniziative efficaci e durevoli a favore della popolazione». 

   Per Intersos, «lo strumento militare sta diventando l’ unico strumento di intervento; i bisogni della popolazione interessano sempre meno o solo in modo strumentale alla buona riuscita dell’ intervento militare». Cosciente dell’ inquietudine che le domande senza risposta suscitano, Sergi invita i parlamentari che si apprestano al voto del Decreto legge a rispondere chiaramente ai molti punti interrogativi, soprattutto a quello fondamentale: «perchè si continua la missione militare, se la centralità della popolazione afgana, con i suoi bisogni reali e le sue aspettative, viene meno?  Perche' si combatte? Esistono ancora ragioni forti, vere e convincenti che giustifichino questa presenza?». 

    Sono domande che da alcuni anni attendono risposte chiare che non arrivano. «Oggi, ci sembra che vi siano elementi, come quelli che abbiamo cercato di evidenziare, tali da mettere in serio dubbio, ormai, l’ esistenza di tali ragioni. Si tratta», prosegue Sergi, «di un cambiamento nella nostra valutazione della realtà rispetto agli anni passati», che crea inquietudine.  Allargando lo sguardo alle varie crisi internazionali degli ultimi decenni, la nota di Intersos evidenzia come la scelta militare sia stata quasi sempre il risultato della sconfitta della politica. diventando così «l’ alibi, la facile scorciatoia, la facciata dietro a cui nascondere l’ incapacita e l’ impotenza politiche, sia all’ inizio che nel perdurare di alcune crisi». In questa prospettiva, aggiunge Sergi, «i militari meritano considerazione e rispetto: per senso dello Stato acconsentono a coprire l’ inadeguatezza e le carenze della politica, coscienti di ciò e accettandolo, in ogni caso, come dovere».   

       Il Decreto legge è all'esame della Commissione difesa del Senato, convocata in sede referente. Quindi deve essere valutato e votato dall'assemblea di Palazzo Madama. 

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Nino Sergi, presidente di Intersos.
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