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Migranti: l'Italia fa dietrofront

Il "Primo piano" di Famiglia Cristiana numero 8. La politica e il massiccio arrivo di stranieri sulle nostre coste: c'è qualcosa da rivedere circa clandestini e respingimenti.


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Anticipiamo il testo del "Primo piano" in uscita con il numero 8 di Famiglia Cristiana. 

È giusto dare atto al Governo e al ministro Maroni di essersi mossi con tempestività per fronteggiare l’ ondata migratoria in arrivo dalla sponda Sud del Mediterraneo, sconvolta dai rivolgimenti politici. Non sono mancate le sbavature: dal Centro di accoglienza di Lampedusa, tenuto inspiegabilmente chiuso per tre giorni, alle insistite polemiche contro l’ Unione europea (criticare chi dovrebbe aiutarci non è una strategia vincente!), ma non si può dire che la crisi umanitaria ci abbia colti impreparati.

Quello che, invece, si deve dire è che la giusta reazione di questi giorni costituisce, nei fatti, una smentita alla politica che lo stesso Governo ha tenuto, fino a ieri, sul tema dell’ immigrazione irregolare, culminata nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” e nella strategia dei “respingimenti”. Quelli che, oggi, chiamiamo con rispetto “profughi” sono gli stessi che ieri chiamavamo con disprezzo “clandestini”. Uguali i barconi. Identiche le ragioni: trovare pace, lavoro e una speranza in Europa. Anzi, a rigor di termini, i “profughi” di oggi avrebbero, paradossalmente, meno ragioni per essere accolti rispetto ai “clandestini” che, solo ieri, trascinavamo fino alle carceri del colonnello Gheddafi.

L’ ondata attuale è costituita soprattutto da tunisini: certo, vivono una fase inquietante, la fine di un regime, la transizione verso un futuro ancora poco chiaro. Ma la quota di Pil (cioè della ricchezza nazionale) per persona in Tunisia è di 9.500 dollari l’ anno, mentre in Eritrea è di 700. E in Somalia addirittura di 600, il che vuol dire vivere con poco più di 50 centesimi al giorno. In Tunisia ci sono stati pochi giorni di disordini, in Somalia c’ è la guerra da vent’ anni e in Eritrea un regime che si regge con la tortura e i gulag. Eppure, eritrei e somali sono stati “respinti”. E ancora pende contro l’ Italia, presso la Corte europea di giustizia, la causa intentata da ventiquattro eritrei e somali che furono, appunto, ricacciati verso la Libia.


La crisi del Maghreb pone all’ Italia e all’ Europa due ordini di problemi. Il primo è politico: può il continente, e il nostro Paese in primo luogo, rivolgersi alla riva Sud del Mediterraneo con puro timore e chiusura, quando non rimpianto per dittatori insopportabili ormai ai loro popoli? Il secondo, ancor più importante, è insieme civile, culturale e religioso. Monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, ha toccato con grande realismo il problema nella sua Lettera sulla pastorale per gli immigrati. Non possiamo accogliere tutti o respingere tutti, scrive il vescovo. Che, però, avverte: «Chi nel suo cuore disprezza gli altri o li considera inferiori o li esclude dalla sua amicizia, perciò stesso diventa incapace di annunciare loro il Vangelo».

A dispetto dei troppi, inutili, proclami sui valori e sulle radici cristiane.

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Alcuni stranieri sbarcati sull'isola di Lampedusa in attesa di essere identificati. Foto Ciro Fusco/Ansa.
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