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Il mio viaggio nel dolore con Juliette Binoche

Intervista a Piero Messina, regista di "L'attesa", il film italiano in concorso a Venezia: la storia di una madre chiamata a elaborare il lutto per la perdita del figlio.


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Il regista Piero Messina ha girato il suo primo lungometraggio di finzione L’ attesa, in concorso a Venezia, proprio nella sua regione di origine. Nato a Caltagirone nel 1981, si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia realizzando poi numerosi cortometraggi e documentari per Rai e Sky Arte. Sua è anche la regia di Attenta, per l’ ultimissimo videoclip dei Negramaro.

Ha scelto di confrontarsi con il tema del lutto a cui molti registi abdicano per una carriera intera. Argomento arduo e insidioso: un bel rischio, come mai?
Me ne rendo conto finché ne parliamo. Forse più che del coraggio c’ è dell’ incoscienza. Nel momento in cui non ho avvertito il timore, direi che è soprattutto incoscienza. Non ho mai pensato il film come una prova difficile o di avere il timore di raccontare il lutto. E’ una storia che ho amato fin dall’ inizio e che riuscivo ad immaginare nella mia testa. Il sentimento che lega tutto del film mi appartiene e mi abita. Non ho mai avuto paura perché sapevo di conoscere le emozioni che stavo per raccontare.

Il film viene quindi da un’ eredità personale?
Ho vissuto come tutti delle perdite ma razionalmente non ho mai attinto a quelle esperienze per trovare delle soluzioni della messa in scena de L’ attesa. Forse il film ne è rimasto comunque influenzato. Sono convinto che un regista possa, e lì c’ è la tensione immaginativa, sentire con precisione anche le cose che non lo hanno mai attraversato nella vita. In realtà una preoccupazione l’ ho sentita all’ inizio: non volevo con il mio film ferire chi ha incontrato questi eventi drammatici.

E che regole si è dato per non farlo?

Quando chiedi allo spettatore di confrontarsi con qualcosa di doloroso bisogna essere più onesti possibili. L’ onestà da un punto di vista artistico per me è fare riferimento alle proprie emozioni senza giocare con altre sovrastrutture.

Il paradosso è che poi il film è tutto costruito sulla menzogna.
Perché un tema de L’ attesa è proprio quello della verità. Cos’ è la verità? Ci sono due donne che scelgono di credere ad una storia altra in una villa vuota e protetta dal mondo che potrebbe inquinarla. Quella è la verità come avviene per la processione pasquale o per la liturgia. Le persone scelgono insieme di credere che quella non è semplicemente una statua, che un crocefisso non è soltanto un pezzo di legno. Eppure se lo fai da solo si sconfina nella follia, ma nel momento in cui lo si fa insieme quella diventa la verità.

Dopo la morte c’ è un tempo variabile, un luogo di nessuno, in cui il lutto non è ancora iniziato. E’ lo spazio del trauma che attiva reazioni difficilmente immaginabili e mai identiche.
L’ attesa, nel mio film, è proprio quella sospensione temporale in cui arriva il tempo della rappresentazione. Accade poco prima che la realtà ritorni a scorrere. Non succede niente e proprio questo vuoto amplifica tutte le cose. Lo diceva anche Roland Barthes quando scriveva che “L’ innamorato è colui che attende”. Nella sospensione Anna, come madre, può iniziare ad attendere per trovare il suo modo di elaborare il lutto. E non è detto che la sua via sia assecondare subito una realtà così inaccettabile. C’ è un modo di ciascuno per arrivare al lutto e la sua modalità è mettere in scena una rappresentazione.

Juliette Binoche, protagonista: un grande privilegio lavorare al primo lungometraggio con un’ attrice così intensa. Che legame avete instaurato?
Con Juliette abbiamo un rapporto di grande affetto. Anche ieri mentre riguardavamo il film alla proiezione ufficiale abbiamo pianto e ci siamo tenuti la mano. Abbiamo avuto una collaborazione direttissima, quasi rude a tratti e senza ipocrisia. Fin dall’ inizio, quando eravamo a casa sua, la sceneggiatura le è piaciuta molto. Non parlando la stessa lingua, abbiamo sempre cercato di semplificare e arrivare agli aspetti più essenziali del nostro lavoro. Nei primi tre ciak di ogni scena lei era sempre molto esposta e accesa nella manifestazione del dolore. Piangeva molto. Io volevo, invece, raccontare quei dolori che ti svuotano, che ti tolgono tutto e non quelli che ti fanno piangere. Al quarto ciak sfinita, senza più lacrime, lei diventava la perfetta interprete del vuoto di Anna.

Alla fine l’ attesa si esaurisce e la casa si svuota. E’ arrivato il tempo del lutto?
Nonostante il finale sia doloroso io lo considero una sorta di happy end perché nel resto del film Anna è spesso attonita. Lì invece consegnando la verità a Jeanne riesce finalmente a piangere. Perché prima ha vissuto anche lo scandalo del ridere a tavola con lei e i due sconosciuti. Quella risata forte per me è una grande sofferenza che inizia ad avviare il lutto. E’ lo scandalo di chi ritorna a vivere.

E’ anche lo scandalo del crocifisso?

Volevo proprio mettere in scena questo accostamento.

L’ attesa è un’ opera prima che racconta già uno stile. Quale esperienza della sua giovinezza le ha consegnato la solidità che si fa largo in questo primo film?

Ho fatto tante cose finora anche studiando ma ciò che mi ha reso più solido è stato fare un numero infinito di cortometraggi. Quindi avere alle spalle una quantità di ore di girato che non solo ti danno modo di imparare ma soprattutto di sbagliare.

Le sequenze dedicate alle manifestazioni religiose più popolari non rivelano mai un suo sguardo di disagio. Da dove viene questa pacifica prospettiva?

Da regista sono affascinato da queste rappresentazioni talmente precise e figlie di messe in scena che si sono tramandate nei secoli. Ciò che amo della liturgia è proprio questo: ci sono dei riti che in modo popolare riescono a mettere in scena qualcosa di ancestrale e atavico. La rappresentazione liturgica e l’ esegesi dei testi sacri per me rimangono mondi sorprendenti e profondi.

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