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Futuri medici ed emergenza: parla una neolaureata in medicina

Con il nuovo decreto legge, approntato a tempo di record per il coronavirus, migliaia di giovani si affacciano, non senza preoccupazioni, al mondo del lavoro e degli ospedali. Abbiamo raccolto la testimonianza di Maria G., 26 anni, una di loro, uscita con 110 e lode lo scorso anno dall'Università Statale di Milano: tante speranza e il sogno di fare la radiologa. In contatto quotidiano nelle chat delle associazioni di studenti con decine di colleghi e coetanei, ci spiega il loro punto di vista, con inaspettata professionalità e un pizzico di amarezza.


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Abbiamo raccolto la testimonianza di Maria G., 26 anni, una dei moltissimi giovani laureati italiani in medicina i quali, senza più dovere superare l'esame di Stato (per lei era previsto a febbraio, poi slittato ad aprile e infine cancellato per sempre con nuovo decreto), si sta affacciando al mondo del lavoro in uno dei momenti più difficili della storia del nostro Paese.

 

«Come medico neoabilitato questo nuovo decreto mi lascia solo in parte soddisfatta.

Fino ad adesso, infatti, chi si laureava doveva fare un tirocinio di tre mesi e in seguito un esame scritto. Semplificare e anticipare questa procedura è sicuramente d’ aiuto a chi, dopo sei anni di medicina, si vede trascorrere praticamente un anno dalla laurea al test di specialità. Oltretutto, a dire la verità, era un passo che gli studenti si aspettavano ormai da tempo. Una volta abilitati, tuttavia, la nostra strada non è conclusa: bisogna iscriversi all’ albo e completare altre trafile burocratiche, che si spera vengano semplificate a loro volta. Tra noi medici neoabilitati c’ è chi cerca già di dare un aiuto (o almeno scalpita per farlo); di fatto possiamo dare una mano per quanto concerne la gestione delle questioni non critiche (e ogni aiuto è benaccetto in situazione di emergenza).  Tuttavia, a mio parere, non possiamo paragonarci a chi pratica la nostra professione da tanti anni e sa gestire in maniera ottimale dei pazienti complessi, soprattutto in una situazione in cui siamo in continuo aggiornamento.

La nota più dolente però va sicuramente alle borse di specialità; non si riesce nemmeno a tenere il conto del numero di associazioni, pagine, gruppi di studenti e quant’ altro che reclamano a gran voce l’ aumento delle borse. Perché sì, dopo sei anni medicina e un anno di abilitazione solo la metà circa dei medici neoabilitati riuscirà a lavorare come specializzando e quindi ad avere un lavoro retribuito. Il coronavirus ha solo esasperato una situazione che era già critica da molti anni: la carenza di personale medico e i turni esasperanti sono frutto di quello che noi chiamiamo ‘’ imbuto formativo’ ’ . Di fatto aumentare il numero di studenti di medicina non fa che aumentare questo imbuto formativo, che ci lascia entrare nel corso di laurea ma non ci fa uscire e diventare professionisti della salute. Chi riesce poi a diventare specialista proprio a causa della carenza di personale è costretto a fare turni esasperanti con tutto lo stress e i rischi che ne conseguono. La cosa che però mi ha lasciata perplessa è che neppure una situazione di emergenza è riuscita ad aprire gli occhi alla politica.

In questo momento sui social non vedo altro che post e foto che inneggiano ai medici e agli altri professionisti della salute come eroi. La vera domanda è: quando riusciremo a capire che investire sul futuro dei giovani medici significa investire sulla futura sanità italiana? Errare humanum est, perseverare autem diabolicum! (ndr: errare è umano, perseverare è diabolico)»

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