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"Mai dire mai": il carcere visto da dentro

Va in onda il 6 novembre su Tv2000 (ore 22,55) la prima delle due puntate di "Mai dire mai", docufilm di Andrea Salvatore sul mondo carcerario, girato nel nel carcere maschile Due Palazzi di Padova e in quello femminile de La Giudecca di Venezia. Nostra intervista al cappellano del carcere padovano Don Marco Pozza, che ha collaborato al progetto del documentario.


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Un  viaggio dentro il carcere e insieme dentro le anime di chi ci vive.  Senza retorica, senza filtri. Per  abbattere pregiudizi e luoghi comuni.  Anche perché il carcere non è un “luogo comune”. Questo è “Mai dire mai” il docufilm di Andrea Salvatore, promosso da Tv2000 e dalla diocesi di Padova, realizzato nel carcere maschile Due Palazzi di Padova e in quello femminile de La Giudecca di Venezia. Il documentario andrà in onda in due puntate di 100' ciascuna: la prima il 6 novembre 2016 (ore 22.55), in occasione del Giubileo dei Carcerati, la seconda il 13 novembre 2016 (ore 22.55). Vi sono raccolte le storie di  Lorenzo, Meghi, Carlo, Armand Davide, Raffaele, Enrico, Chakib, Milva, Kasem, Guido, dieci   detenuti dei due penitenziari, alternate alle voci dei due cappellani del carcere, dei direttori,  del vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla, e di alcuni operatori carcerari.

Abbiamo chiesto al cappellano del carcere padovano, don Marco Pozza, che ha collaborato al progetto cinematografico,  di spiegarci che significhi questo luogo e come si possa raccontare con la telecamera accesa. 
 “Penso che ci sia una sola modalità per raccontare il carcere senza per forza fare uso di stereotipi”, risponde il sacerdote: “Quello di dare la voce ai detenuti stessi, che sono la vera-presenza del carcere. Con il docufilm Mai dire mai abbiamo tentato di fare esattamente questo: per una volta fare tutti noi – volontari, operatori, personale vario - un passo indietro, per far fare loro un passo avanti. Mettendoci la faccia – che è metterci la propria storia – hanno l'occasione di dare un'accelerata al loro processo di consapevolezza, divenendo responsabili “pubblicamente” della loro storia passata. Anche di quella futura, la parte che più c'interessa”.

Quale messaggio vuole trasmettere il documentario?
“Sta già tutto nel titolo: Mai dire mai. Un titolo che ha in sé una doppia faccia. E' rivolto al popolo che abita nelle carceri. Se anche la tua storia finora fosse stata un disastro, mai dire mai: siccome l'uomo non è il suo errore, non precluderti la possibilità di iniziare ad essere quello che, forse, nel tuo passato non sei stato. Ed è un messaggio per chi guarda il mondo da fuori: mai dire mai quando pensi che il carcere sia un qualcosa che non ti tocca nel quotidiano. L'uomo di città vive molto più vicino al carcere di quello che sovente immagina”.  I tanti suicidi che avvengono in carcere, sia tra i detenuti che tra le gardie carcerarie,  ripropongono  il problema: carcere ambiente "suicidario".

Com'è possibile rieducare, preparare per il reinserimento nella società in luoghi del genere?
 “Il carcere è un luogo ad alta densità nociva, sopratutto per chi lavora a stretto e quotidiano contatto con i detenuti. Il rischio della disperazione è dietro l'angolo per tutti, nessuno escluso. In questo senso, è anche un banco di prova: quando l'uomo è sereno, diffonde la speranza attorno a sè. Quando l'uomo è nella disperazione, la porta a spasso ovunque vada. Non per nulla il motto della Polizia Penitenziaria parla proprio di speranza: Despondere spem munus nostrum (“Diffondere la speranza è la nostra missione”). Un anticipo di simpatia e di attenzione maggiore nei confronti di questi uomini, ci aiuterebbe a capire che dietro la divisa ci sono storie uguali a tutte le altre storie. Uomini e donne alle quali un gesto d'umanità e d'attenzione, sovente, può cambiare una vita. Magari salvandola dal suicidio, l'approdo ultimo della disperazione.
 
E'  davvero possibile esercitare la misericordia in carcere?
 “Per me è una dimensione assai difficile la misericordia in carcere. Anche, assolutamente affascinante, però, quelle rare volte che riesco a viverla appieno. Dietro le sbarre il male è esasperato, ha un indice di densità come in nessun altra parte della società: forse per questo, quando il bene trionfa, ti sembra di aver vinto una guerra mondiale. Imparare ad usare misericordia verso se stessi: ecco, dovessi dirmi da dove partire, partirei da qui. Accettandomi per quello che sono, rotto, imperfetto: se m'accorgo di essere così, inizio a provare un pizzico di misericordia in più nei confronti delle altre persone che sbagliano”.

 Se dovesse pensare a un modo per migliorare la situazione dei detenuti nelle prigioni? "L'arte della soluzione dei problemi è mestiere della politica: non spetta di certo a me tentare di risolvere la situazione delle carceri, sempre a patto che la si voglia risolvere. Certamente una maggiore conoscenza della vera-realtà del carcere aiuterebbe a capire meglio quali sono le falle di un sistema che, nel tempo, non ha mai accettato di cambiare la sua fisionomia. C'è una frase di un film che per me riassume bene la nascita-sbagliata del carcere: «Il carcere l'ha inventato qualcuno che non c'era mai stato. E la prigione non salva nessuno» (Dal film “Riso amaro”). Conoscerlo, prima di tutto amandolo: forse in questo modo si può pensare anche di trasformarlo. Mica grandi cose, ovviamente: ma quello di lasciarlo un po' meglio di come l'abbiamo trovato, questa sì, penso sia il cuore della missione di chi, per amore, spende del tempo a riparare le strade slabbrate. A ricucire delle storie sgrammaticate”.  

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