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Ma nella carità non aiutiamo gli sfruttatori

Pierluigi Dovis, responsabile della Caritas di Torino, ragiona intorno al senso autentico della carità, che non significa "dare" qualcosa agli altri, ma "mettersi in relazione" con gli altri. Evitando di dare soldi a chi è vittima di una rete di sfruttamento.


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L'atto di chiedere la carità può nascondere anche una truffa? Può essere soltanto un modo di sbarcare il lunario facendo leva sul nostro senso di colpa? Il cristiano è chiamato a vedere nel volto di chi ci viene incontro, e tende la mano, un fratello in difficoltà. Anzi, di più: dovrebbe riconoscere in lui il Cristo in persona. Ma può accadere, e sempre più spesso accade nelle grandi città, che chi chiede la carità possa essere in realtà un "falso" povero: non qualcuno che è davvero in una situazione di bisogno, ma una pedina di un sistema più ampio, organizzato, che ha l'obiettivo di realizzare grossi guadagni attraverso l'accattonaggio fuori dalle chiese, nelle metropolitane, ai semafori. Qual è, dunque, l'atteggiamento giusto da tenere in queste circostanze? Lo abbiamo chiesto a Pierluigi Dovis, responsabile della Caritas torinese.

«In questi ultimi anni di crisi e di disoccupazione è molto difficile riuscire da soli, senza l'aiuto di esperti, a decidere se la persona che ci sta davanti è un "vero" povero o un "falso" povero. Nel senso che questo tipo di discernimento può avvenire, secondo la mia esperienza, solo attraverso un processo che parte da una relazione vera nei confronti della persona che mi chiede la carità, a prescindere da che cosa questa chieda, e che creando quelle basi minime di verità e confidenza possa aiutare tutti noi, cristiani e non, a comprendere che cosa c'è dietro una richiesta di aiuto. E "se" c'è davvero qualcosa dietro».

Tutto questo richiede che ci siano luoghi, gruppi, esperti che possano aiutarci a capire.... 
   «Sì, certo. Quando sei sulla strada e non puoi pensare di decidere nel giro di pochi secondi se quella persona è o non è un truffatore, bisognerebbe avere all'interno delle nostre città e delle comunità centri specializzati dove accompagnare chi chiede la carità, dove poter fare una disanima attenta e seria e discriminare caso per caso. Ma ovviamente bisogna aver voglia di spendersi in questo modo per interagire positivamente con chi chiede la carità. Il vero problema non è chi tenta la fortuna e spera di strapparci del denaro, ma che chiunque di noi può trovarsi di fronte a un caso di urgenza che però richiede una risposta complessa, articolata, approfondita, non banale. E non una reazione istintiva, sbrigativa, pro o contro la carità, tanto per scrollarci di dosso una scocciatura e passare oltre».

Rifiutare del tutto la carità o essere generosi e togliersi in fretta dall'impaccio: in entrambi i casi è la cosa più facile da fare...
   «Esatto. E' questo l'elemento che spesso ci fa sbagliare impostazione rispetto alla carità. Perché, in fondo, non si cercano quasi mai cammini di relazione con queste persone che chiedono cibo o denaro. Non perché li rifiutino, ma perché per noi è molto più facile tirare fuori qualcosa e darglielo senza porci il problema di un gesto di solidarietà effettivamente efficace, capace di andare oltre le monete che in quel momento abbiamo in tasca. Ecco: quello che io vedo in questo momento nelle comunità dei cristiani, e tra i cristiani stessi, è che non abbiamo voglia di porci questo problema, e finiamo per fare di tutta l'erba un fascio».

In che senso, esattamente?
   «Nel senso che o siamo intransigenti e pensiamo che tutti, indistintamente, coloro che sono sulla strada e chiedono l'elemosina siano dei truffatori; oppure diventiamo degli ultra-buonisti pr cui tutti sono poveri e, dunque, tutti hanno necessità. E oggi sono questi i due elementi estremi - figli di una stessa radice, cioè la non volontà di porsi il problema della carità in modo serio - che finiscono per essere le due iatture della testimonianza di carità delle nostre comunità e dei singoli cristiani». 

Quindi lei non è d'accordo nel dare la carità indiscriminatamente...
    «La carità non è dare qualcosa agli altri. La carità è mettersi in relazione con gli altri per condividere qualcosa di sé stessi. Tutto il resto rischia di essere semplicemente un aiuto per tenerci buona la coscienza, in modo che questa non ci rimorda. Ma, ripeto, la verà carità è mettersi in relazione».

E nel caso di ragazzi pieni di energia, 19-20 anni, come ne vediamo sempre più spesso nelle piazze o fuori dai locali, chiaramente non in situazione di drammatico disagio, che chiedono qualche euro "perché così oggi mangio anch'io"?
    «Intanto, non è detto che il giovane che ci troviamo davanti abbia poi tutte le energie che immaginiamo per darsi da fare e mettersi a lavorare accettando i lavori che trova, anche i più umili, senza chiedere la carità. Non è così scontato, occorre essere cauti. Ma certamente, la richiesta così estemporanea, soprattutto moralistica, ha bisogno d'essere approfondita: può anche essere vera, autentica, ma in questi casi la cosa migliore sarebbe avere chiara la mappa di quali sono i servizi all'interno della città che possono rispondere alle esigenze di una persona così giovane sulla strada, e farci carico noi stessi di accompagnare il ragazzo a quel servizio. E non fare finta di niente. Accompagnarlo. Metterci del nostro. Certo, questa è fatica».

Un ultimo esempio, riscontrabile soprattutto nelle grandi città: il rom che quasi sempre è la pedina di un'organizzazione che lo sfrutta per giocare sulla compassione e sul senso di colpa, l'ingranaggio di un'industria della carità più grande di lui. Dobbiamo comunque vedere in lui un fratello che ha bisogno? O qui è giustificato un atteggiamento cinico anche tra i cristiani?
    «Ecco, questo è davvero un grave problema, perché non solo i Rom ma anche altri, stranieri in modo particolare, possono essere dentro una rete di sfruttamento. Allora qui dare qualche cosa significa aiutare lo sfruttamento e rendere ancora più schiava la persona che abbiamo davanti. In questi casi diventa essenziale potere rimandare la persona a chi conosce bene la situazione dell'immigrazione o del disagio. Il problema è sempre lo stesso: in Italia ci sono troppi pochi luoghi in cui trovare personale perparato ad affrontare queste situazioni, soprattutto nel caso dei Rom e degli stranieri. Centri dove sia possibile non alimentare la carità a queste persone sulla base di un gesto individuale, ma sottrarre queste persone agli sfruttatori, farli uscire da questa industria della pietà. Oppure, andiamo a prendere con loro un caffe, un cappuccino. "Insieme" con loro. Ma non diamo loro soldi. Mai».

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