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L’ operazione “Imitation Game”: i tentacoli della mafia sull’ azzardo

Un doppio binario, un sistema di gioco lecito a copertura di quello illecito che con 12 mila tavoli da gioco virtuali al giorno consentiva, all’ organizzazione criminale transnazionale che la gestiva, un giro d’ affari quotidiano di oltre 11 milioni e 500 mila euro.


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È quanto emerso dall’ operazione “Imitation Game”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha portato a 13 ordinanze di custodia cautelare con accuse che vanno dalla fittizia intestazione di beni, all’ estorsione, all’ associazione a delinquere con l’ aggravante della finalità agevolatrice mafiosa.

Inoltre, il provvedimento di sequestro di beni è per circa 10 milioni di euro. Le indagini – svolte dallo Sco della polizia di Stato, dalla squadra mobile della questura di Roma e dallo Scico della Guardia di finanza – erano iniziate nell’ aprile del 2014 dopo il tentato omicidio a Ostia di Fabio Massimo Aragona, gestore del bar interno alla sala giochi Italy Poker.

Esistevano vari livelli denominati National, Regional, Distretto e Club ai quali spettavano quote prestabilite delle entrate illecite. Al vertice si collocava Luigi Tancredi che guadagnava più o meno il 10% del ricavo, quindi oltre un milione di euro al giorno. «Il sito Italy Poker era legale, contemporaneamente Gino Tancredi possiede anche il programma che opera con il nome di Dollaro ed è del tutto illegale». A parlare è Antonio Leonardi, narcotrafficante internazionale appartenente alla camorra divenuto poi collaboratore di giustizia, che ha spiegato la struttura piramidale dell’ organizzazione modellata sulla falsariga del sistema legale.

L’ attività illecita consisteva nella costituzione, attivazione e gestione di siti online per il gioco del poker, non autorizzati dall’ Amministrazione dei Monopoli, ai quali si accedeva da apparecchiature installate in sale giochi situate soprattutto a Roma, a Ostia e nel litorale laziale, ma diffuse in modo capillare in tutta Italia. A tali siti, gestiti da server collocati principalmente in Romania, era possibile accedere attraverso specifiche credenziali (nickname e passwork) che, consegnate personalmente ai giocatori, consentivano loro di restare anonimi, di accedere al sistema vincendo (o perdendo) senza i limiti previsti per i siti autorizzati e utilizzando strumenti monetari non tracciabili. 


Dalle attività di indagine, il “re delle slot” appare come un imprenditore colluso con le mafie che ha una suo potere contrattuale sul mercato criminale e rapporti con pezzi di organizzazioni mafiose. Da un lato con la ‘ndrangheta attraverso Nicola Femia, appartenente alla storica cosca dei Mazzaferro di Gioiosa Ionica, leader del settore del gioco online nel ruolo di cerniera con gli imprenditori e, per questo, principale imputato del processo Black Monkey; dall’ altro lato con la camorra tramite i rapporti con il clan dei Casalesi, in particolare con il gruppo facente capo alla famiglia Zagaria, cui Tancredi versava mensilmente una somma che andava dai 45 mila ai 60 mila euro.

Una sorta di accordo criminale collusivo: l’ imprenditore piazzava le sue postazioni illegali nei locali controllati dai Casalesi che, a loro volta, ottenevano una vera e propria tangente.

«Tra gioco legale e gioco illegale si è stabilita una interazione perversa che li fa alimentare a vicenda», ha dichiarato il sociologo Maurizio Fiasco, che è presidente di Alea, Associazione per lo studio del gioco d’ azzardo e dei comportamenti a rischio, e consulente della Consulta nazionale antiusura Giovanni Paolo II. «L’ esistenza del gioco illegale fornisce motivazione per ampliare quello legale, che amplia il perimetro e la superficie dei giocatori e si crea un ulteriore spazio per una domanda rivolta a gioco illegale e così via in questa spirale». «E la criminalità organizzata», ha aggiunto Fiasco, «non cerca di fare concorrenza dall’ esterno, ma incorpora la parte legale e mette anzi a disposizione la propria rete associativa».


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