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«Lo Yemen sta morendo al buio e in silenzio»

Leonardo Frisari è un chirurgo italiano. Sta operando per Medici Senza Frontiere nel conflitto yemenita. Ha 65 anni, è in pensione, dopo una vita passata all'Ospedale Maggiore di Bologna. È qui da tre settimane. Prima è stato protagonista di interventi umanitari in America Latina, Haiti, Siria, Repubblica Centroafricana.


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- Dottor Frisari, che guerra è questa?

«Questa è una guerra a tutti gli effetti dimenticata. Il popolo yemenita sta morendo strangolato da un embargo disumano, che non fa passare gli aiuti, il cibo, il carburante per far funzionare i pozzi della poca acqua potabile che c'è. È un caso diverso da altri che abbiamo visto. Io ho vissuto l'esperienza di Haiti».

- Perché è diverso?

«Lì c'erano tanti problemi, ma anche molte Organizzazioni non governative di aiuto e assistenza: c'erano le agenzie internazionali, tende, coperte, cibo, medicine e quanto poteva servire. Qui siamo soli e non abbiamo niente. Il porto di Aden è bloccato dall'embargo. L'aeroporto di Sana’ a è sotto i bombardamenti. Gli aiuti arrivano col contagocce».

- Al momento qual è la situazione umanitaria?

«Una catastrofe. Registriamo già casi di malnutrizione nei bambini. Lo Yemen è un Paese che sta morendo al buio e nel silenzio. I bombardamenti della coalizione guidata dall’ Arabia Saudita sulla capitale, nel Nord e nei pressi di Aden sono quotidiani. Dove mi trovo io ora a Nord, è un posto relativamente tranquillo. Questo è un paesino che si chiama Kamer nella provincia Amran, lontano dalla frontiera saudita. Da quando è iniziata la guerra si sono riversate qui più di 10.000 persone, profughi che sono scappati dalla guerra. Vengono qui ma le condizioni sono assolutamente precarie. Molti vivono ammassati in piccolissime tende. A causa dell'embargo non c'è carburante e chi è riuscito ad arrivare non ha più modo di andarsene. E poi manca l'acqua potabile. Ogni tanto arriva un’ autocisterna, ma sono quelle che si usavano per la benzina».

E' necessario aprire corridoi umanitari

- Come lavora il vostro ospedale?

«Msf è attivo in diverse zone del Paese. Qui dal punto di vista medico la situazione comporta il fatto che molti arrivano al nostro ospedale troppo tardi, o non arrivano affatto. Noi siamo preparati per le emergenze, ma se arrivano qui quando sono già morti siamo impotenti. Vediamo molte cancrene perché la gente ha paura di spostarsi e si decide solo quando è troppo tardi. La stessa cosa vale per i le maternità. Siamo al limite delle nostre possibilità, il nostro ospedale ha 40 posti letto. Oltre ai feriti poi ci sono i malati che hanno bisogno di assistenza».

- Una situazione drammatica...

«Davvero drammatica. Spero che le promesse di colloqui di pace vengano mantenute, che venga tolto l'embargo sugli aiuti umanitari, sul carburante, che qui vuol dire acqua. È necessario che venga aperto un corridoio permanente per le organizzazioni che portano aiuti e soccorso alla popolazione e che possano essere messe nella condizione di operare dal punto di vista medico-sanitario a tutti i livelli. Mi piacerebbe che il Governo italiano fosse promotore di una iniziativa diplomatica di questo tipo».

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Il campo sfollati di Kamer, nel Nord dello Yemen, dove opera Msf. Dall'inizio dei combattimenti sono arrivati oltre 10 mila profughi.
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