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Le spalle larghe del volontariato

I servizi sociali di competenza degli Enti locali gravano in modo ormai preponderante sul Terzo settore: il panorama, però, è allarmante. Il rapporto dell'Auser


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Le necessità, si sa, aguzza l'ingegno e stimola le risorse. Il volontariato si è fatto carico della crisi sostituendosi, spesso, nell'erogazione di quei servizi che sarebbero competenza d altri... Ma l'aria, ormai, si è fatta troppo pesante e anche sul cielo dell'associazionismo solidaristico si iniziano ad addensare nuvole cariche di pessimismo.


L'Auser ha presentato oggi la sesta relazione nazionale sul rapporto tra Enti locali e Terzo settore: è infatti ormai un dato di fatto che Stato e Regioni riducano progressivamente e drasticamente le risorse destinate alla gestione associata dei servizi sociali, i cosiddetti Piani di zona, e i Comuni non ce la fanno più a portare avanti autonomamente le politiche sociali, vedendosi così costretti a esternalizzare l'erogazione dei servizi alla persona. Con il crescente e imprescindibile coinvolgimento delle associazioni.

«Il panorama è allarmante - ha sottolineato il presidente nazionale Auser Michele Mangano - visto il continuo arretramento del sistema dei servizi pubblici nel nostro Paese. Fra azzeramenti, riduzioni e tagli, saranno i cittadini più fragili a pagarne le conseguenze più pesanti. E sulle spalle del Terzo settore comincia a pesare un carico troppo grande, di vera e propria sostituzione nell'erogazione dei servizi sociali e non più di integrazione».

Se da un lato questo costante affidamento di responsabilità da parte delle amministrazioni locali al non profit è il segnale che questo mondo ha imparato le regole del gioco ed è dunque in grado di offrire servizi di qualità, dall'altro è impensabile che si possa continuare a lungo a tirare la corda. Non va dimenticato che il Terzo settore si basa su una componente fondamentale che è l'impegno dei volontari: ecco, bene, gente che vuole, gente che ha volontà ma che un giorno potrebbe non volere più. Non per cattiveria o egoismo. Magari, forse, è possibile, anche solo perché non ce la fa.


E allora? Di sicuro qualcosa va fatto. Per esempio lavorando sulle nuove regole del Patto di stabilità interno che in alcuni casi hanno fortemente vincolato l'azione congiunta di Enti locali e realtà non profit. Nell'incertezza che ha investito la situazione non solo economica ma anche e soprattutto politica dell'Italia, è difficile ipotizzare dei preventivi di bilancio credibili senza sapere, per esempio, cosa ne sarà dei trasferimenti statali e delle entrate tributarie, dell'applicazione del federalismo municipale e della riorganizzazione dei piccoli comuni.

A fronte di tutto ciò va anche detto che le amministrazioni comunali si sono adeguate alla situazione con un ridimensionamento degli organici pubblici. La conferma viene dai dati sulle assunzioni, riportati dal Ministero dell'Interno nel "censimento generale del personale in servizio presso gli enti locali": nel 2011 le procedure di assunzione nei Comuni sulla base di nomine da concorso risultano essere complessivamente 3.008. L'anno precedente erano 8.525... un contrazione vicina al 65% in un solo anno. Un fenomeno trasversale di cui hanno fatto le spese soprattutto le regioni del Centro dove si sono registrati ridimensionamenti assai consistenti: Umbria e Toscana si sono assestate su un -88,4%. Addirittura peggio hanno fatto le Marche con un -99,2%.


Di sicuro il fenomeno della sussidiarietà del Welfare locale sta prendendo una nuova forma, sempre meno comunale: i numeri non mentono quando dicono che solo il 42% degli interventi sociali sono gestiti direttamente dai comuni, cifra che si riduce notevolmente al Nord-Ovest (25,9%) e aumenta leggermente al Sud (53,8%).

Delle 196 procedure di assunzione esaminate tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 nel settore dei Servizi sociali, in soli 28 casi si è proceduto con assunzioni a tempo indeterminato, 53 i contratti a tempo determinato, 76 quelli di collaborazione, 39 gli altri (progetto, coordinati continuativi ecc).




In questo quadro si inseriscono con forza ed efficacia le associazioni e le imprese sociali, nonostante la mancanza di regole chiare e trasparenti renda indubbiamente difficoltosa l'erogazione di servizi di qualità ai cittadini. Per non parlare del loro ruolo nella programmazione sociale...


«Relativamente al periodo settembre 2012/febbraio 2013 - si legge nel Rapporto - sono state esaminate le procedure di gara (89) e le determinazione dirigenziali (103) pubblicate dai Comuni appartenenti al medesimo campione di riferimento, per l’ affidamento all’ esterno di servizi sociali. Si tratta di selezioni pubbliche e «ristrette» (cioè con procedure negoziate e a licitazione privata) e di «affidamenti diretti», in base ai quali i Comuni hanno poi trasferito alle imprese sociali e alle associazioni di volontariato la gestione dei servizi alla persona (quali, ad esempio, l’ assistenza domiciliare e l’ educativa territoriale, l’ asilo nido e la mensa, ecc.) e di altri servizi sociali, per una spesa totale prevista di 6,165 milioni di euro.

Gli stanziamenti di spesa risultano assai frammentati: la spesa media per bando (per un totale di 5,676 milioni relativamente alle 89 procedure di gara attivate) è pari a 56.157 euro circa, al netto dei ribassi ottenuti dai Comuni nella fase di aggiudicazione), con una forte variabilità territoriale».

E ancora: «Le risorse per la spesa sociale sono allo stremo. Su 103 affidamenti diretti, 55 sono rivolti alle associazioni di volontariato per la gestione dei servizi sociali integrativi Particolarmente significativo è il numero degli affidamenti diretti, pari a 103 (per un importo medio di circa 11.330 euro ciascuno), di cui ben 55 sono rivolti alle Associazioni di volontariato per la gestione di servizi sociali cosiddetti integrativi.


Pur non potendo operare un confronto diretto e omogeneo tra le rilevazioni effettuate negli ultimi anni, sembra avere conferma l’ ipotesi formulata nel V rapporto sugli enti locali ed il terzo settore, secondo la quale il ricorso alle organizzazioni di volontariato da parte delle amministrazioni pubbliche locali sia diventata una pratica sempre più frequente. Questo, con buona probabilità, allo scopo di contenere la spesa sociale a fronte della progressiva riduzione delle risorse pubbliche, tenuto conto che le associazioni si avvalgono di norma di prestazioni volontarie e gratuite dei propri soci; mentre, come è noto, le cooperative sociali e le imprese profit utilizzano manodopera retribuita».

Sulla base dell’ analisi dei bandi, dei capitolati di appalto e di ulteriori dati rilevati presso i Comuni, la gestione della spesa sociale comunale affidata all’ esterno viene impiegata principalmente a favore delle cooperative sociali, soprattutto nel Nord Italia (72,5% nel Nor-Ovest e 71,8% nel Nord-Est%). Le associazioni di volontariato risultano affidatarie dei servizi sociali principalmente al Sud (32,4%), al centro (32,4%) e nelle Isole (24%).


Le cooperative sociali gestiscono in particolare servizi di assistenza domiciliare agli anziani, interventi assistenziali di base (gestione di centri con ospiti residenziali), e servizi all’ infanzia, specie quelli a carattere educativo e ricreativo. Alle Associazioni di volontariato i Comuni affidano in particolare la gestione di servizi cosiddetti innovativi e integrativi, di supporto agli interventi «complessi».

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