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Marino: lasciate in pace Martini

Ignazio Marino, chirurgo e interlocutore privilegiato del cardinale, ricorda Carlo Maria Martini. "La rinuncia a cure sproporzionate" come dice il Catechismo.


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Sui temi eticamente sensibili, dalla fecondazione assistita all'aborto, dall'uso delle cellule staminali all'eutanasia fino ai confini della ricerca scientifica, il cardinale Carlo Maria Martini aveva trovato un interlocutore in Ignazio Marino, scienziato, chirurgo e senatore del Pd. Nel marzo scorso per Einaudi è uscito Credere e conoscere, un dialogo su fede e morale che tanto ha fatto discutere. Nel 2006, il Dialogo sulla vita tra il cardinale e Marino provocò numerose reazioni della stampa internazionale tanto che il quotidiano britannico The Times si spinse a invocare, dopo le parole di Martini, l'indizione di un Concilio Vaticano III per equilibrare le spinte conservatrici e progressiste che, secondo gli osservatori, spaccherebbero in due la Chiesa.

- Partiamo dalle polemiche sull'accanimento terapeutico. «Oso pensare che sia stato un momento sereno quello di Martini quando ha deciso di essere staccato dalle macchine che ancora lo tenevano in vita», ha scritto su Repubblica Eugenio Scalfari. È andata così, professore?

«Il cardinale aveva certamente riflettuto a lungo sul suo percorso terreno e attendeva fiducioso il ritorno alla casa del Padre. Quel che è certo è che lui non si è mai sottratto a nessuna terapia che potesse alleviare la malattia ma ha seguito con grande scrupolo tutte le cure dei medici che lo seguivano. Aveva pensato anche all'opportunità di usare, all'ultimo, mezzi come la nutrizione artificiale o la ventilazione meccanica ma ha preferito non farlo perché la sua esistenza era giunta alla naturale conclusione. Quindi, non è stato staccato da nessuna macchina per il semplice fatto che non vi era mai stato collegato».

- Eppure c'è chi l'ha definito il “Welby cattolico”.

«Non credo che il modo più saggio per ricordare una figura così complessa e profonda come quella di Martini sia quello di cercare di tirarne la tonaca, per di più post mortem, da un lato o dall'altro a seconda delle convinzioni personali. Sui temi della bioetica aveva condotto una lunga riflessione e in Credere e conoscere (Einaudi, ndr) dove esprime posizioni perfettamente in linea con il Magistero e il Catechismo della Chiesa cattolica. Le sue analisi, semmai, aprivano al confronto e non cercavano mai lo scontro».

Le polemiche dei giorni scorsi sono nate anche dalla confusione che si fa tra eutanasia e rinuncia a procedure sproporzionate e futili?

«Credo proprio di sì. La prima è un atto che provoca la morte e, come tale, è condannato dalla Chiesa. Mentre la seconda, è la “rinuncia all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo”, come recita il Catechismo. È esattamente quello che è successo nel caso del cardinale».

Come definirebbe Martini: un progressista o un conservatore dubbioso?

«Le definizioni non mi piacciono molto, in realtà. Era un uomo del dialogo che studiava e approfondiva non solo i testi sacri ma anche gli interlocutori che aveva di fronte. Viveva l'approfondimento della Parola anche attraverso, se così posso dire, il cammino degli altri».

Sulla dottrina è stato spesso accusato di fare il controcanto a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È così?

«Non c'è una Chiesa di destra e una di sinistra. La Chiesa è una sola all'interno della quale c'è, necessariamente, diversità di vedute. Anche alle origini era così. Pensiamo a Pietro e Paolo, ad esempio. In realtà, quello che ho sempre percepito dialogando con lui è l'affetto profondo e straordinario che nutriva nei confronti del Papa, al quale scrisse più volte per esortarlo a costruire insieme una Chiesa che annunci il Vangelo di Cristo. Su questo ricordo volentieri un aneddoto significativo che mi raccontò una volta».

Quale?

«Nel 1978 Paolo VI ricevette in Vaticano Daniel Wildenstein, il più noto collezionista d'arte del mondo, perché voleva valutasse il valore economico dei tesori artistici della Chiesa, compresa addirittura la Pietà di Michelangelo, al fine di venderli per far fronte alle esigenze dei poveri del mondo. Martini affermò, di essere d’ accordo nel principio ma sottolineò che alcuni beni come la Pietà hanno un altissimo valore simbolico per credenti e non credenti e sono soltanto custoditi dalla Chiesa. Invece, ci sono molte altre ricchezze di cui forse la Chiesa potrebbe liberarsi per adempiere meglio la sua missione».

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