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Quel che ha dato alla Chiesa il "pungolo" teologico di Hans Kung

Grazie al pensiero critico e fecondo del grande teologo svizzero scomparso ieri la dottrina cattolica ha acquistato maggiore consapevolezza dei suoi dogmi. Le sue opere "ribelli" continueranno a provocare la nostra fede. L'amicizia e le dispute con papa Benedetto (di Pino Lorizio)


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E' scomparso all'età di 93 anni, il teologo svizzero Hans Kung. Da decenni viveva a Tubinga, la città tedesca nella cui celebre università ha insegnato per decenni e dove aveva stabilito anche la sua fondazione, Weltethos (Etica Mondiale), che ha dato l'annuncio della scomparsa. Hanno fatto epoca le sue celebri dispute teologiche, in particolare con il papa emerito Joseph Ratzinger,antico compagno di studi, che lo hanno fatto diventare una star 'sui generis' del mondo accademico teologico, una sorta di "teologo ribelle". Lo ricorda in questo articolo il filosofo e teologo Pino Lorizio, docente della Pontificia Università Lateranense.

di Pino Lorizio

Una spina nel fianco per l’ autorità ecclesiastica e uno stimolo continuo per il sapere teologico, con la dipartita del teologo svizzero-tedesco Hans Küng si chiude un’ epoca complessa, dialettica, di non facile interpretazione, ma altrettanto creativa e feconda per quanti hanno a cuore una fede pensata e non solo acriticamente accolta. Mi soffermo su tre argomenti, che possiamo raccogliere e rilanciare dal suo problematico e stimolante lascito.

Il primo, forse, quello più noto, riguarda la questione dell’ infallibilità pontificia, messa in discussione nel suo famoso saggio del 1970, Infallibile? Una domanda e che ha dato vita alla contrapposizione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, con la conseguente revoca della cosiddetta missio canonica, ossia della possibilità di insegnare “teologia cattolica”, nell’ Università di Stato, a Tubinga. Se è certamente legittimo porre domande ed esercitare il pensiero critico, tuttavia diventa problematica la contestazione di un dato di fede, così come espresso nella formulazione dogmatica del Concilio Ecumenico Vaticano I. Se il suo pensiero ci ha aiutato a non considerare l’ infallibilità come applicabile a qualsiasi pronunciamento del Papa e ad individuare le stringenti condizioni che rendono una posizione infallibile, ossia al riparo dall’ errore, fermo restando che anche i dogmi, come del resto le Scritture, vanno interpretati, la verve demolitrice ha di fatto rischiato di gettar via il bambino con l’ acqua sporca. Un dibattito sereno, alla luce dell’ insegnamento di san J. H. Newman, consente oggi, più che allora, di situare il dogma nel suo giusto grembo, ossia nella dottrina sulla Chiesa, mistero e sacramento del Regno di Dio.

Proprio la revoca della missio ha consentito al teologo una decisiva metamorfosi, portandolo ad istituire la fondazione sull’ etica globale (Weltethos - 1993), radicata nell’ Università di Tubinga, il cui sforzo titanico è stato riconosciuto da papa Benedetto, nel comunicato che ha accompagnato l’ incontro con l’ antico collega ed amico nel settembre del 2005. E la metamorfosi si disegna così nel passaggio dalla teologia all’ antropologia e appunto all’ etica, nel tentativo di impostare, attraverso il presupposto della fedeltà all’ umano, i principi morali che il villaggio globale deve accogliere ed attuare, se non vuole soccombere, fra i quali la custodia dell’ ambiente e dell’ autenticamente umano. Questa ricerca è accompagnata da un proficuo dialogo con le scienze empiriche, in una critica radicale allo scientismo dominante e al totalitarismo mascherato da scienza.

Infine, il dialogo fra le religioni e in particolare fra i monoteismi, con un’ attenzione all’ Islam, carica di ottimismo circa la possibilità per questa fede di modernizzarsi e quindi purificarsi e così allontanare le incombenti tentazioni fondamentaliste e violente. La riflessione è diventata appello agli intellettuali di fede islamica, perché facciano propria la sfida dell’ interpretazione nel rapporto con il libro e con la tradizione, che sono chiamati a rappresentare in modo critico e non fideistico.

La fiducia nella ragione, fa del pensatore un tipico prodotto di quella modernità, che per certi versi è alle nostre spalle e che non possiamo né dobbiamo dimenticare, perché continua a pungolare la nostra fede. Il suo modo di interpretare il ruolo di “teologo” ha fatto sì, che anche questo settore della conoscenza si costituisse come un sapere pubblico e strutturato. E questo perché Hans Küng non ha eluso la necessaria e rischiosa esposizione mediatica, senza la quale la teologia resterebbe rinchiusa in una scatola accademica, che le impedirebbe di incrociare le problematiche reali del mondo e della Chiesa.

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