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La solitudine della neomamma di Vicenza

Fa riflettere l’ ultimo caso di cronaca di una bimba di tre giorni uccisa dalla madre in provincia di Vicenza. Sollecita una riflessione necessaria sulla solitudine delle mamme e sulla difficoltà di un passaggio tutt’ altro che fisiologico. Ne parliamo con Carla Facchini, sociologa della Famiglia all’ Università Bicocca di Milano.


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Era una brava donna della provincia di Vicenza Federica Ziliotto la mamma quarantenne che sabato sera nella sua abitazione a Lisiera di Bolzano Vicentino, avrebbe gettato a terra per due volte figlia Alice, nata qualche giorno prima, poi morta per le gravi ferite dopo alcune ore di agonia, senza mai riprendere conoscenza. Una coppia, lei e il marito Riccardo Stocco, attiva in parrocchia, un’ impiegata zelante in uno studio di commercialisti di Vicenza, desiderosa di vivere la maternità. A chi la conosceva diceva: «È un dono di Dio». La piccola Alice, infatti, dopo un aborto spontaneo, era stata fortemente voluta al punto che la donna su Pinterest aveva aperto un profilo dedicato a questa esperienza dal titolo «New life». Dove postare consigli per le neo mamme su come cambiare il piccolo, come fargli il bagnetto, come gestire il pianto e addirittura sulla depressione post partum: «Il malessere» scriveva «di cui le mamme non parlano. Una foto virale pubblicata da una madre nordamericana su Facebook esprime il malessere di cui le mamme non parlano: la depressione post-partum». Forse la causa proprio di quel terribile gesto.

Facchini: manca la rete parentale orizzontale. Fratelli e sorelle, cugini

Un tema centrale nella maternità, oggi più che mai, quello della solitudine. Che dilania la vita di tante neo mamme che, dopo aver vissuto nove mesi di Grazia aspettando l’ arrivo del piccolo, si confrontano con una dura realtà. L’ arrivo di un neonato che è tuo ed è, al contempo, totalmente estraneo. A cui devi volere bene perché non può che essere così. «Con una forte accentuazione rispetto al passato» sottolinea Carla Facchini; «si pensi, ad esempio, all'enfatizzazione sull'allattamento “on demand” e per un periodo di tempo anche prolungato che può essere ottimo per alcuni versi, ma certamente molto più stancante rispetto al modello di un 2-3 decenni fa, che prevedeva 6-7 poppate, e a decrescere nei mesi successivi, ma anche, più in generale, alla paura di non essere abbastanza una buona madre, specie se la scelta procreativa è stata rimandata a lungo. Nello stesso tempo, il ruolo di “madre” si cumula con il ruolo di moglie/compagna di vita, anch'esso spesso enfatizzato - il “dover” essere curate, ma anche non trascurare né la casa, né il rapporto con il partner e gli altri rapporti sociali- con un forte aumento, quindi delle aspettative che le donne hanno su di sé e su quello che è bene che esse siano».

Quel dover volere bene che non è detto che corrisponda alle tue aspettative. Perché magari piange e di notte non ti fa chiudere occhio; o perché non si attacca al seno quando tu non sognavi altro che di allattarlo per il bene suo e per sentire anche una parte di te realizzarsi. Un piccolo essere di tre chili circa che ti sbatte in faccia tutte le tue insicurezze e che, oltre alle notti, ti stravolge la vita. Perché prima c’ è sempre e comunque lui. Ma a cui tu devi volere bene. Un dovere che interroga e spacca. Quel “baby blues”, come lo chiamano, che strugge il cuore perché non batte come vorresti aumentando così una solitudine ancor più sentita oggi che le neo mamme partoriscono in una città diversa da quella di origine. Rompendo così quel patto di solidarietà generazionale per cui un tempo, nei primi 40 giorni, non a caso detti di puerperio, un periodo molto delicato sia dal punto di vista fisico sia mentale della donna, a sostenere le fatiche c’ era sempre almeno la mamma e spesso anche la mamma della mamma. «Più correttamente» precisa la sociologa, «mentre si sta estendendo la rete parentale verticale, cioè quella costituita da persone che appartengono a generazioni diverse (le 30-40 enni non solo hanno di norma la madre in vita, ma sempre più frequentemente hanno in vita anche una nonna), si sta riducendo la rete parentale “orizzontale”, cioè quella costituita da familiari che appartengono alla stessa generazione - fratelli/sorelle, ma anche cugini/cugine. Se le madri delle giovani donne /madri costituiscono, spesso, come mostrano tutte le ricerche, un supporto fondamentale nel lavoro di cura, è però ipotizzabile che con esse ci si possa meno confidare circa le problematicità relazionali o circa un sentimento di inadeguatezza sul proprio ruolo. Temi che, invece, sarebbe più facile condividere con persone appartenenti alla stessa generazione e tendenzialmente di analoga età e che quindi possono aver vissuto in tempi recenti analoghi problemi».

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