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La pace ferita

Bisogna aprirsi alla cultura dell'incontro per combattere la distruzione, le guerre, la violenza. Il Papa parla al corpo diplomatico e invita, anocra una volta, a lavorare insieme per la pace


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Ha parlato di apertura, incontro, fraternità. Il Papa, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede, com'è di consuetudine all'inizio dell'anno, ha voluto parlare innanzitutto di pcae. Una pace «si comincia a imparare la fraternità. La famiglia, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore e contribuire a far maturare quello spirito di servizio e di condivisione che edifica la pace», ha detto il Papa. Che ha preso poi ad esempio il presepe per spiegare la Santa famiglia non è «sola e isolata dal mondo, ma attorniata dai pastori e dai magi, cioè è una comunità  aperta, nella quale c'è spazio per tutti, poveri e ricchi, vicini e lontani». Per questo è importante che ci siano politiche che aiutano e sostengono le famiglie spesso divise e lacerate. Il Papa ha parlato di anziani e giovani, gli uni considerati un peso, gli altri senza prospettiva di futuro. Eppure anziani e giovani sono «la speranza dell'umanità . I primi apportano la saggezza dell'esperienza; i secondi ci aprono al futuro, impedendo di chiuderci in noi stessi».
E ricordando la Gmg di Rio, il Papa ha parlato della speranza che ha visto «nei loro occhi e nelle loro preghiere! Quanta sete di vita e desiderio di aprirsi agli altri! La chiusura e l'isolamento creano sempre un'atmosfera asfittica e pesante, che prima o poi finisce per intristire e soffocare. Serve, invece, un impegno comune di tutti per favorire una cultura dell'incontro, perché solo chi è in grado di andare verso gli altri è capace di portare frutto, di creare vincoli di comunione, di irradiare gioia, di edificare la pace».
La pace, che è minacciata in tante parti del mondo, dall'invidia, dall'egoismo, dalla rivalità, dalla sete di potere e di denaro.
Ma la violenza e la guerra non hanno l'ultima parola, ha spiegato papa Francesco. Per questo c'è ancora da sperare che cessi il conflitto in Siria. Una regione per la quale il Papa ha una «paerticolare sollecitudine» come ha spiegato lui stesso ricordando l'iniziativa di preghiera in piazza San Pietro dello scorso settembre e ringraziando i diplomatici per il loro sostegno. Oltre la Siria il Papa ha ricordato tutto il Medio Oriente, in particolare il Libano e l'Egitto. E ancora l'Iraq, l'Iran.«Occorre il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale per considerare gli altri nella loro dignità più profonda, affinché l'unità  prevalga sul conflitto e sia possibile sviluppare una comunione nelle differenze. In questo senso è positivo che siano ripresi i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi», ha aggiunto papa Francesco. Che ha parlato anche della preoccupazione per l'esodo dei cristiani sia dal Medio Oriente che dal Nord Africa. La preoccupazione per la Nigeria, per la Repubblica Centroafricana, per il Mali, le vicende dell'Asia, della Corea spingono il Papa a chiedere ancora maggior impegno e attenzione soprattutto verso le popolazioni civili, i più deboli e poveri. E chiede che tutti collaborino a edificare il bene comune. Che significa, innanzitutto, combattere la fame e le disuguaglianze.
«La pace», dice il Papa, «è ferita da qualunque negazione della dignità  umana, prima fra tutte dalla impossibilità  di nutrirsi in modo sufficiente. Non possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini, se pensiamo a quanto cibo viene sprecato ogni giorno in molte parti del mondo, immerse in quella che ho più volte definito la 'cultura dello scarto'. Purtroppo, oggetto di scarto non sono solo il cibo o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani, che vengono 'scartati' come fossero 'cose non necessarie'. Ad esempio, desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell'aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è un delitto contro l'umanità».
Tornando sulla tragedia di Lampedusa ha ribadito che «vi è una generale indifferenza davanti a simili tragedie, che è un segnale drammatico della perdita di quel 'senso della responsabilità fraterna' su cui si basa ogni società civile. In tale circostanza ho però potuto constatare anche l'accoglienza e la dedizione di tante persone».
Infine ancora spazio per parlare dell'avido sfruttamento delle risorse ambientali. Per concludere che la pace va perseguita come «una giustizia più perfetta tra gli uomini».

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