La lingua dei segni

Dal 29 novembre all'1 dicembre, il teatro Vascello ospita la II edizione del Festival internazionale dei cinema sordo di Roma


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Dal cinema muto al cinema sordo il passo è più breve di quello che possa sembrare e questo festival, il Cinedeaf, organizzato dall'Istituto statale per sordi di Roma e giunto alla seconda edizione presso il Teatro Vascello, è proprio lì a testimoniarlo. Un appuntamento significativo e, soprattutto, di qualità che poi è l'aspetto più corretto su cui concentrarsi per quella che è e rimane una rassegna cinematografica. Il suo obiettivo, infatti, è principalmente quello di fare cultura, diffondendo un approccio al variegato mondo della sordità che passa attraverso tre giorni di workshop, eventi e, inevitabilmente, soprattutto proiezioni in cui attori, registi, sceneggiatori e produttori sordi hanno a disposizione una vetrina prestigiosa in cui mettere in mostra i loro progetti di cinema "visivo" utilizzando per lo più il linguaggio dei segni. Ed è qui, in questo punto esatto, che il cinema muto e il cinema sordo si intrecciano in modo indissolubile restituendo essenzialità e centralità al gesto, come avveniva negli anni Venti. Fu proprio al termine di quell'epoca artisticamente gloriosa che i sordi uscirono dal "jet set", sostituiti da dialoghi e musiche di accompagnamento salvo farci ritorno, inseriti dagli udenti, in quanto prettamente funzionali alla narrazione, volutamente dipinti come vittime e persone "dipendenti". 

E ora spazio alle pellicole: a cominciare dall'anteprima internazionale della regista sorda Ayako Imamura che con "The connecting bridge 3/11 that wasn't heard" racconta la terribile esperienza del grande terremoto del 2011 attraverso lo sguardo dei sordi giapponesi sopravvissuti. E ancora, "Io segno un mondo", docufilm italiano che ha come protagonisti i ragazzi sordi del gruppo di ballo The silent beat

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