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Se Barbiana scrive al Quirinale

I ragazzi di Barbiana lanciano a Giorgio Napolitano un appello per la democrazia.


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Un'altra lettera, 44 anni dopo Lettera a una professoressa, non sulla scuola ma sullo stato della democrazia nel nostro Paese, oggi. Destinatario Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica italiana. Una lettera (in allegato) dura quanto Lettera a una Professoressa, nello stile di allora, firmata dai ragazzi di don Milani.

Vi si legge, tra le altre cose, parlando della lezione di don Milani: «Nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto - dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando  invece vedranno che non sono giuste (cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”. Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti».

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E' una lettera che fa nomi e cognomi, che chiede al Presidente della Repubblica un intervento deciso e che assume un peso particolare in questi giorni, in cui, le famiglie delle vittime del terremoto dell'Aquila, della tragedia della Moby Prince e della strage di Viareggio protestano contro la legge sul processo breve. Norma che, a detta di molti esperti, rischia di far cadere prima della sentenza 15.000 processi. Una lettera che denuncia il grave conflitto di interessi che da anni attanaglia il Paese.

Si può convenire o dissentire dall'appello degli ex ragazzi di Barbiana. Ma non si può non pensare al fatto che questa lettera è il prodotto di una lezione da imparare. La lezione di don Milani sulla lettura critica dei mezzi di informazione, applicata ogni giorno alla sua scuola e affidata alla Lettera a un predicatore, negli anni Cinquanta, ai tempi della scuola popolare fondata da don Milani a San Donato a Calenzano.

«Ora, - si legge nella Lettera a un predicatore - una sera, incontrai don Lorenzo e mi disse: “Per di­fendersi gli operai da tutti, anche dai preti, ci vuole istruzione. Io gli risposi che mi garbava anche a me, perché in officina c’ è uno che ha fatto l’ avviamento e ci cheta tutti; e così si fissò che andavo a scuola dopo cena. Anzi si andò diversi e don Lorenzo senza tanti complica­menti ci disse: “Ragazzi io vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l’ istruzione e che vi dirò sempre la verità d’ ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta sia che le faccia disonore”. Io dissi dentro di me: “Si starà a vedere. Ma se entra di politica si vien via”. Passarono diversi mesi e di politica non era mai entrato. Un giorno c’ entrò un ragazzo democristiano, noi gli si ri­spose e nacque un putiferio. Allora don Lorenzo montò sul tavolo e disse: “Parlate uno alla volta e io v’ aiuto a dirla bene”. E noi ci si stette. E si rimase, perché dava contro al governo e contro ai democristiani e contro a noi. E noi gli si disse: “E allora chi ha ragione?”. E lui disse: “Bischeri! La verità non ha parte. Non c’ è mica il monopolio come le sigarette!”. E i democristiani rimasero male più di noi. Insomma io ci feci amicizia, perché lui faceva le parti giuste ed era contro tutti e spregiava i giornali dei preti e l’ Unità allo stesso modo e ci insegnava a pensare con la nostra testa».

Ecco appunto, pensare con la propria testa, farsi un'idea, provare a capire. Confrontare fonti. Un lavoro faticoso, che in Italia si fa poco. Si vendono 4,6 milioni di copie di quotidiani al giorno. Significa che, al netto dei bambini e di quelli che si passano in famiglia lo stesso giornale, almeno 40 milioni di persone, anche istruite, fanno a meno della lettura di un giornale. Magari origliano dalla Tv, una notizia qua una là, e prendono tutto per buono, senza chiedersi da dove arriva la notizia, a chi fa gioco raccontarla in un modo o in un altro, se chi controlla quella fonte di informazione per caso non stia anche al Governo.

E' un lavoro faticoso informarsi, ma è il sale della democrazia. Chi non sa non può scegliere, può al massimo accodarsi a scelte preordinate da altri. Don Milani aveva ragione. La verità non ha parte, ma esiste e mettersi nella condizione di pensare con la propria testa vuol dire fare uno sforzo per riconoscerla tra le voci dissenzienti. Senza questo sforzo si corre il rischio che non sia il consenso a conferire il potere (come deve avvenire in democrazia), ma che sia il potere a pilotare il consenso (come accade nelle dittature). Dove l'opinione pubblica non è vigile, la democrazia e il suo rovescio hanno il confine incerto. E la lezione di don Milani ci dice che non lo dobbiamo dimenticare.

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