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La lettera di una maestra: «Cosa stiamo imparando con la didattica a distanza»

Tra mamme che chiedono di poter partecipare alle lezioni di grammatica dei figli e alunni che chiedono perché non onoriamo i defunti come facevano gli Etruschi, le riflessioni di un'insegnante di una scuola elementare milanese


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Riceviamo e pubblichiamo la lettera che la maestra Marta Prossimo, insegnante nella scuola primaria Giacomo Leopardi di Milano, ha scritto alla sua preside, la professoressa Laura Barbirato.

Cara Preside, questa sera vorrei condividere una breve riflessione.

Oggi la mamma di un alunno di 5A mi ha mandato un messaggio personale, chiedendomi gentilmente, se potesse anche lei seguire le lezioni di grammatica: “Maestra Marta, vorrei aiutare mio figlio, ma sono ignorante in grammatica, se ascolto anche io le sue lezioni poi lo aiuto, posso?”. I piccoli gesti che smuovono forti sentimenti mi spingono a dire, che nulla accade senza un senso.

La Didattica a Distanza ha grandi limiti: la relazione con alcuni alunni è diventata labile, dove c’ erano disagi familiari importanti, abbiamo assistito e stiamo assistendo a comunicazioni interrotte ed insegnamento sospeso. Non sappiamo più nulla di quei bambini, non possiamo offrire loro un luogo protetto e cercare di fare la differenza, aiutandoli a volgere lo sguardo verso l’ orizzonte del sapere e del poter essere.

Altri però, cara Preside, hanno messo le ali della serenità domestica, hanno abbandonato i ritmi inumani del pre e post scuola e nelle loro case, trascorrendo giornate intere con genitori e fratelli, hanno ritrovato un centro per il cuore e per l’ anima. E poi per la mente. 

Ho alunni che stanno facendo dei progressi impensati, condividiamo lezioni di storia in cui mi fanno domande, manifestano curiosità senza il sovraffollamento di venti e passa bambini (lavoro con gruppi più piccoli). Ho tempo per tutti loro e per far spazio a quei bambini che hanno bisogno di far passi indietro.

È vero, chi nelle proprie case non parla italiano sta attraversando difficoltà con la nostra lingua, ma arriviamo a loro con la vicinanza del quotidiano, coinvolgiamo le famiglie.

Mi piacerebbe che i genitori venissero a scuola a fare ore di lezione con i loro figli, come si fa nei nidi e nelle scuole dell’ Infanzia. Mi piacerebbe poter parlare con le famiglie, ma non sulla porta, mi piacerebbe ci fosse un tempo di ascolto e che l’ accoglienza non fosse solo per la didattica, ma anche per le proprie storie di vita. 

Dalla webcam, mentre faccio lezione, i bambini incontrano i miei gatti che sonnecchiano, i miei figli che cercano la mamma, mio marito che porta una tazza di caffè.

La Didattica a Distanza, che tutto ha messo in crisi e che non ci ha trovati sufficientemente preparati, ci ha spinto ad insegnare ridisegnando il nostro ruolo, abbandonandolo a volte; ci ha tolto un solco, ci ha chiesto di ingegnarci, di sperimentare, di fare affidamento a vecchie e nuove competenze, ci ha chiesto creatività, costanza, inventiva.

Oggi parlavamo degli Etruschi con il piccolo gruppo del mercoledì, appena dopo aver fatto colazione. Ad un certo punto uno dei bambini mi ha chiesto perché noi in Italia non facessimo festa per i nostri defunti: “Maestra gli Etruschi lo facevano, lo fanno anche in Africa e nei film in America”.

Ed ero dietro lo schermo del mio computer, felice di accoglierli anche se solo virtualmente nella mia casa, di mettermi in ascolto delle loro domande.

La Didattica a Distanza, pur vissuta in una triste emergenza mondiale, non può essere solo una toppa mal cucita e non dovrà esserlo in futuro. Dalla crisi potrà e dovrà nascere una nuova opportunità, un nuovo punto di vista inclusivo e libero. Sogno una didattica che sappia danzare sinuosa tra i boschi, le stanze ed il virtuale.

P.S. Il bambino che mi ha chiesto dei defunti è Daniele, che ha perso la mamma in terza elementare e che era diventato mira della sua insegnante.

Spero a presto,

maestra Marta

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