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La gioventù perduta che sogna di partire

Fa discutere "Capharnaüm", il film libanese di Nadine Labaki in lizza per la Palma d'oro a Cannes, sull'infanzia negata tra le strade di Beirut


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Un ragazzino logoro punta il dito contro sua madre in tribunale: “Ti accuso di avermi fatto nascere, non devi più mettere al mondo nessuno”. La famiglia si disgrega, i figli si rivoltano contro i genitori, in una società che ignora i più deboli. La giuria è libanese, ma potremmo essere ovunque, in mezzo alle baracche e alla povertà. Il piccolo Zain è dovuto crescere troppo in fretta, gli hanno strappato l’ infanzia. Lavora per le strade e gioca a fare l’ uomo anche se ha solo dodici anni. Intorno a lui regna la miseria. Cerca di prendersi cura della sorella, sua coetanea, ma viene venduta al vicino di casa: è una delle tante spose bambine senza più un’ esistenza. 

I maltrattamenti sono all’ ordine del giorno in Capharnaüm di Nadine Labaki. Zain deve rapportarsi con un mondo crudele, con il traffico degli esseri umani, la fame e l’ abbandono. L’ unica speranza che lo sostiene è di lasciare il Paese, su un barcone diretto verso l’ Europa. La regista punta il dito contro la malvagità, il denaro, la condizione disumana dei carcerati, la gioventù perduta, l’ immigrazione e anche contro il classismo. Chi non ha la carta d’ identità è invisibile, non può neanche entrare in ospedale, è costretto a morire fuori dal pronto soccorso. Sembra di sentire il presidente degli Stati Uniti, che proprio in questi giorni, riferendosi ai messicani, ha detto: “I migranti senza documenti sono animali, non persone”. Anche l’ uomo più potente della Terra non riesce a comprendere la follia del nostro tempo. Invece la regista si schiera dalla parte del più debole e con un film molto ambizioso prova a scuotere l’ animo umano. 

Già dal titolo si coglie la provocazione: Cafarnao era il luogo in Galilea dove Gesù teneva i suoi primi discorsi alla gente. E qui sta il grande limite di Labaki: voler trasformare la sua storia in un ricatto, in cui la platea non ha libertà di emozione ed è “obbligata” a versare calde lacrime. Il protagonista è un piccolo Archimede con la faccia d’ angelo, con un’ intelligenza superiore alla media e una laurea in diritti umani. È tutto urlato, artificioso, e manca la delicatezza con cui Labaki aveva descritto la situazione delle donne in Medio Oriente in Caramel, dove i dialoghi non erano forzati e avevano una certa leggerezza. Scorreva sul grande schermo un dramma sospeso tra libertà e desiderio, con l’ ombra della guerra sullo sfondo e la repressione (anche sessuale) in primo piano. Invece Capharnaüm ha le caratteristiche di un comizio dalle nobili intenzioni, che con un po’ più di grazia avrebbe potuto essere un manifesto contro la crudeltà. Il film ha diviso pubblico e critica. Alcuni gridano al capolavoro, mentre per altri è un grande abbaglio. E con lo spirito militante della giuria di quest’ anno (capitanata da Cate Blanchett, anche promotrice del movimento Time’ s Up), potrebbe essere la Palma d’ Oro della settantunesima edizione del Festival.

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