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Sostegno a distanza, 20 anni di carità

Cento progetti di cooperazione e sviluppo in 37 diversi Paesi del mondo, con 4 milioni di beneficiari diretti. Ne abbiamo parlato con due rappresentanti della Fondazione Avsi.


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La Fondazione Avsi ha appena raggiunto il traguardo dei 40 anni di attività, ma non ha alcuna intenzione di fermarsi qui. Troppi i progetti da seguire, implementare e migliorare. Troppe le grida d'aiuto che si alzano da ogni parte del mondo. La Fondazione opera in una molteplicità di ambiti, dal settore socio-sanitario a quello educativo, dall'agricoltura allo sviluppo urbano, con oltre 100 progetti di cooperazione e sviluppo in 37 diversi Paesi del mondo, che raggiungono direttamente 4 milioni di beneficiari diretti. Tra i tanti progetti, quello dedicato al sostegno a distanza nel corso degli anni ha acquisito un'importanza decisiva, non solo dal punto di vista numerico – Avsi oggi sostiene a distanza oltre 32 mila bambini – ma anche in un'ottica qualificante dell'intera attività svolta dalla Fondazione: il superamento della pratica assistenziale attraverso la pratica della sussidiarietà. Una "filosofia" perfettamente attuata nel sostegno a distanza. Ne abbiamo parlato con due rappresentanti di Avsi che hanno lavorato e lavorano tuttora al progetto, da due prospettive differenti ma complementari al tempo stesso, con un unico obiettivo in mente: il benessere non solo materiale di tanti bambini sparsi nel mondo.

Franco Argelli è responsabile del progetto Sostegno a distanza. Inizia a raccontarci come è nata, nel 1993, l'idea di realizzare un simile programma. «La genesi del progetto si può far risalire alla concomitanza di una serie di circostanze, in parte casuale, e alla scoperta diretta di alcuni bisogni concreti. Le mogli dei volontari in Uganda, per esempio, si trovarono di fronte alla crescita dell'epidemia di Aids nella popolazione infantile. Più o meno allo stesso tempo ricevemmo da una missionaria laica, che operava nelle favelas di Belo Horizonte in Brasile, una richiesta d'aiuto per gli asili che erano lì in costruzione: senza di essi, tanti bambini sarebbero rimasti per strada. Come aiutarli? In entrambi i casi il sostegno a distanza sembrava lo strumento più adatto. All'inizio erano solo poche centinaia di bambini, poi c'è stato un incremento nella seconda metà degli Anni '90, anche perché il programma si è rivelato idoneo anche in fase post-emergenziale, come in ex Jugoslavia e in Rwanda». Vent'anni di esperienza alle spalle e una chiara indicazione che la filosofia della cooperazione e dello sviluppo fosse la strada giusta da percorrere, hanno fatto optare fin da subito per lo strumento del sostegno a distanza, anziché dell'adozione. «L'adozione è uno strumento residuale», spiega Argelli, «quando altre alternative si sono rivelate impraticabili. Anche se Avsi dal 2004 è accreditato come ente per le adozioni internazionali. Quello che mi preme sottolineare è la nostra volontà di superamento della pratica assistenziale: per questo è fondamentale il lavoro di formazione del personale con i partner, gli operatori locali. Un esempio lampante è quello di Deogracious Adrawa Droma, che, a settembre, ha parlato alle Nazioni Unite della propria esperienza a Dadaab, in un campo rifugiati in Kenya al confine con il Sud Sudan, dove ha svolto formazione agli educatori: Deogracious aveva fatto parte del programma di sostegno a distanza».

Una delle peculiarietà del programma è la personalizzazione del percorso di sostegno; le parole di Franco Argelli chiariscono appieno il senso dell'attività di Avsi: «Il bambino è unico, ha un valore e una dignità propri, non è un numero. Gli interventi sono programmati di caso in caso, per garantire innanzitutto l'istruzione e le cure sanitarie. Inoltre è sempre necessaria la presenza di un adulto, che funga da accompagnatore nel percorso di sostegno, per l'ascolto e la valutazione dei bisogni personali. Un altro aspetto fondamentale è che il sostegno a distanza, nel corso degli anni, si è dimostrato anche un ottimo mezzo per entrare all'interno delle famiglie e delle comunità: laddove le comunità sono ricettive e collaborano, l'intervento sarà più sostenibile nel tempo, non solo per la sensibilizzazione a certi temi come la salute e l'educazione, ma anche perché dà la possiblità di avviare progetti di miglioramento della propria condizione socioeconomica».

«La difficoltà più grande è quella di avere una costante attenzione a non creare dipendenza», conclude Argelli. «L'sos a distanza ha un inizio ed è prevista una fine, come il termine del ciclo scolastico. Infatti in Uganda, per esempio, stiamo puntando molto sul rafforzamento economico delle famiglie affiché siano in grado di pagare almeno parte delle rette scolastiche. L'impatto della crisi economica mondiale, dal 2008, si è riflesso di sicuro sui sostenitori, ma ha avuto ovviamente un impatto ancora maggiore sui Paesi in via di sviluppo, basti pensare alle recenti guerre del pane: 1 miliardo di persone vive con un dollaro al giorno, sono 312 euro all'anno il cui valore reale è diminuito drasticamente...».

Valeria Presciutti è responsabile dell'area comunicazione tra sostenitori e bambini
. Dopo essere stata in Burkina Faso e in Burundi, dal 2007 al 2010 ha seguito per Avsi il progetto in Rwanda, il Paese teatro nel '94 di un terribile genocidio. «La situazione era poco nitida», racconta Valeria. «Apparentemente si viveva in serenità, anche se di certe cose non si parlava apertamente. Il presidente Kagame ha "imposto" la pace, anche se sarebbe meglio parlare di pacificazione. Basti pensare che i tribunali popolari hanno concluso il proprio lavoro solo l'anno scorso, ormai erano diventati anche uno strumento di vendette e meschine ripicche personali». In Rwanda Valeria ha potuto toccare con mano la realtà concreta degli operatori locali: «Un assistente sociale ha anche 100 bambini da seguire, sparsi ovunque nel territorio. Spesso affronta viaggi assai difficoltosi solo per raccogliere  una lettera di un bambino destinata al sostenitore».

Valeria ammette però che lo scoglio più arduo da superare spesso è stato il dialogo con i colleghi locali. «Dobbiamo metterli in condizione di conoscere il nostro mondo e di entrare in relazione con esso, cosa che non è affatto scontata», dice Valeria, che aggiunge poi un esempio illuminante. «C'è ancora troppo poca conoscenza reciproca. In una videoconferenza organizzata tra i sostenitori in Italia e una scuola locale, era ermersa tutta la distanza culturale che spesso ci divide ancora: aveva destato stupore che un sostenitore, immaginato come "un ricco uomo bianco", potesse avere acceso un mutuo per comprare casa. Lì essere proprietario della casa in cui si vive, sia pure pochi mattoni e un tetto precario, è una condizione minima. Non era concepibile che questo potesse accadere invece nel mondo occidentale, che nel suo mondo il sostenitore potesse incontrare difficoltà quotidiane». Nel 2010 Valeria è tornata in Italia anche se, come ammette lei, dall'Africa non torni più. Si dice fortunata per una vita così «grassa di affetti» da doverne restituire almeno un po' agli altri. Oggi segue da responsabile le comunicazioni periodiche che i bambini e gli operatori locali inviano ai sostenitori. Afferma che la sfida più grande da raccogliere, nel suo lavoro, è fare in modo che i sostenitori vengano a conoscenza di tutto ciò che di bello vivono i bambini, e non siano spinti solo da pietà. Grazie ad Avsi, al suo progetto di sostegno a distanza e alle migliaia di sostenitori, tanti bambini hanno ricevuto un'educazione, cure mediche e, soprattutto, hanno avuto ascolto.

Per maggiori informazioni consultare il sito: www.avsi.org

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