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L'odissea di Yahiadalla Siria al Piemonte

Dall'inferno della guerra a un luogo sicuro. Dalla regione di Homs (in Siria) al Piemonte, passando per un campo profughi in Libano


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Dopo tanto orrore, un viaggio finalmente umano e il calore di una comunità pronta ad ascoltare. E' questo il risultato del corridoio umanitario voluto da Operazione Colomba (il corpo di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII), Comunità di Sant'Egidio e Federazione delle Chiese Evangeliche d'Italia. Un accordo con il Governo italiano consente a circa un migliaio di profughi siriani, ospitati nei campi profughi dei Paesi limitrofi, di raggiungere il nostro Paese attraverso canali sicuri. Dieci di loro sono stati accolti a Leinì (piccolo comune alle porte di Torino). Sono i componenti di un'unica famiglia, perseguitata dal regime di Bashar al Assad: quattro uomini, quattro donne e due bambini (la più piccola ha pochi mesi). Del gruppo fa parte anche una persona disabile. Il progetto di accoglienza, fortemente sostenuto dall'Ufficio Diocesano di Pastorale Migranti, ha coinvolto la locale comunità parrocchiale, che ha messo a disposizione un appartamento.

E' in questa dimora confortevole che la famiglia, arrivata all'inizio di marzo, muove i primi passi di una nuova vita, tutta da inventare. Davanti alla casa si trova un prato dove i bambini corrono e giocano, tranquilli, mentre negli spazi interni si cerca di ricostruire una quotidianità. Ma rimangono ferite profonde. E' il capofamiglia, Yahia, a raccontare l'esodo da una terra che la violenza ha sconvolto, rendendola inabitabile. E le sue parole ricostruiscono un quadro complesso, all'interno del quale individuare l'Isis come unica “forza del male” sarebbe riduttivo.

In Siria Yahia aveva un emporio di generi alimentari (ora di tutti i suoi beni non resta più nulla), ma era anche insegnante di religione islamica. Una vita normale e semplice quella della sua famiglia, fatta di ottime relazioni tanto con i gruppi musulmani quanto con i cristiani. «Esisteva una tradizione di convivenza pacifica. Poi la guerra ha sconvolto tutto. Ma alla radice vi sono ragioni eminentemente politiche, non religiose». A partire dal 2011, il Paese inizia a precipitare verso uno dei conflitti più sanguinosi della storia contemporanea. Nel villaggio dove vive, Yahia è un uomo stimato, anche per la sua attitudine all'equilibrio, ma ha la “colpa” di aver dato ospitalità ad alcune famiglie che si erano ribellate al regime. Inizialmente riceve delle intimidazioni (i funzionari del governo cercano di indurlo a testimoniare il falso) ma non cede. Quindi l'inganno (viene simulato un finto incontro col presidente Assad) e l'arresto. Nelle carceri siriane Yahia rimane 11 giorni, «lunghi però quanto una vita». E' l'inferno della tortura. Viene appeso per i polsi al soffitto della cella e il suo il corpo patisce gli effetti devastanti di strumenti “raffinati”, usciti dalla più perversa delle immaginazioni: assi di legno, funi, scariche elettriche. E in quei momenti atroci un pensiero ricorrente «Se esco vivo, devo portare in salvo la mia famiglia». Intorno a lui brutalità disumane commesse contro persone di ogni età (bambini compresi).

 E' grazie alle pressioni di alcuni amici che Yahia viene liberato. Al momento di lasciare il carcere, l'”assalto” degli altri prigionieri: «mi si facevano intorno urlando indirizzi e numeri di telefono, nella speranza che potessi ricordarli a memoria e, uno volta fuori, contattare i loro familiari». Quando, dopo giorni di totale oscurità, sente il calore del sole, si rende conto di essere vivo. Ma restare in Siria sarebbe troppo rischioso. Inizia così il viaggio della disperazione, oltre il confine, verso il Libano. Per le donne e i bambini della famiglia viene organizzato un trasporto in macchina (usando gli ultimi risparmi per pagare le guardie di frontiera). Gli uomini invece si spostano a piedi, attraverso terreni minati. «Per percorrere 20 chilometri abbiamo impiegato tre giorni e più volte abbiamo rischiato di essere colpiti dai missili dell'esercito».

In Libano la guerra non c'è, ma anche lì la vita è durissima. «Abbiamo vissuto due anni e due mesi in un campo profughi», racconta un altro componente della famiglia. «Le condizioni erano precarie, col costante rischio di incursioni da parte della polizia». Ancora violenza, dunque. Nel campo, però, la famiglia incontra i volontari di Operazione Colomba e, in virtù della loro particolare situazione, per queste dieci persone si aprono le porte dell'accoglienza internazionale. «In realtà nei campi profughi libanesi abbiamo incontrato tante storie altrettanto drammatiche» commenta Alessandro Ciquera di Operazione Colomba. «Storie di torture, sparizioni, genitori, fratelli o figli morti sotto le bombe. Nell'esperienza di questa famiglia è rispecchiata la storia stessa della Siria».

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