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Anna Politkovskaja rivive nella voce di Ottavia Piccolo

A dieci anni dall'assassinio di Anna Politkovskaja, Ottavia Piccolo la riporta in teatro in Donna non rieducabile: un monologo di rara intensità.


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Un’ arpa che suona, insolitamente dura, in penombra. In luce una donna vestita di un bianco che non è davvero bianco, una piccola scrivania, due sedie. E basta. La scena è tutta qui. Sembra poco e invece è il tanto che basta e che serve per mettere in evidenza la cosa più importante: l’ anima di Anna Politkovskaja  che passa attraverso la voce e il volto di Ottavia Piccolo. E’ lei, Ottavia/Anna, la donna in bianco.

Ottavia Piccolo non ha bisogno di travestirsi per diventare Anna, la giornalista che ha pagato con la vita i suoi reportage dalla Cecenia: non cambia i suoi capelli bianchi e corti, anche se Anna li ha portati spesso lunghi e così la si ricorda nelle immagini famose, porta abiti e un trucco che certo non saranno i suoi quotidiani, ma che non la farebbero sembrare stonata nella vita di ogni giorno.

Quello che esce dalla regia di Silvano Piccardi e dal testo di Sfefano Massini (musica eseguita dal vivo da Floraleda Sacchi) è teatro ridotto all’ osso (vale anche per Enigmi, l’ altro spettacolo che sta girando per l’ Italia) ed è, per questo, un teatro ricchissimo e densissimo: non si vede niente sulla scena di Donna non rieducabile eppure si vede tutto. Tutto fin nei particolari prende forma fisica nella voce calda di Ottavia Piccolo: il gasdotto, i soldati, i terroristi, il cimitero dei bambini di Beslan, la violenza, il sangue nero, l'odore di carne bruciata. Tutto. Si respira la paura di Anna e si tocca il suo coraggio, perché è come diceva Giovanni Falcone: «L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza».

E nella voce di Anna/Ottavia lo si capisce. Nessuno nomina la paura, ma la si respira. La voce di Ottavia porta con autorevolezza lo spettatore non solo dentro l’ anima di Anna anche dentro il suo corpo: la schiena appoggiata al metallo gelido, sull’ orlo di un’ esecuzione cui Anna scampa per un pelo, per un attimo la sentiamo anche noi. Sentiamo il peso delle sue palpebre quando finisce avvelenata all’ ospedale. Sentiamo battere il suo cuore mentre corre. Corriamo con lei verso il luogo dell’ ennesima esplosione a Grozny.

Nella voce prende forma il conflitto. Eppure nemmeno la voce ha effetti speciali: nulla concede all’ eccesso di troppo teatro italiano d’ accademia, impostato fino a rasentare il birignao. E potrebbe non essere un caso che Ottavia Piccolo abbia imparato solo sul campo a entrare nelle vite degli altri, che l’ abbia imparato dalla bottega, senza passare per la teoria. Nella voce, sempre e solo di Ottavia Piccolo, prendono forma la protervia del soldato, l’ arroganza del terrorista, il coraggio limpido di Anna che non ambisce all’ eroismo solo alla verità.

Anna Politkovskaja è morta il 7 ottobre del 2006, uccisa nell’ ascensore del suo palazzo di Mosca.
Ha pagato con la vita la sua indipendenza, l’ aver scelto tra il sopruso degli uni e la vendetta degli altri la parte della verità che per definizione non ha parte, l'aver raccontato la guerra della povera gente che muore di fame tra i vinti e tra i vincitori di tutte le guerre, dichiarate e non dichiarate.  

Anna Politkovskaja rivive in un monologo di rara intensità  prodotto dal Teatro Carcano di Milano (dove è in scena fino al 16 ottobre) per proseguire, in giro per l’ Italia: Genova, Teatro Gustavo Modena, 4 novembre 2016; Villanova sul Clisi (BS), Teatro Corallo, 5 novembre 2016; Vicenza, Ridotto T. Comunale, 26 gennaio 2017; Milano, Teatro Atir Ringhiera, 27-29 gennaio 2017; Trieste, Teatro Miela, 11-13 aprile 2017.

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