Immagine pezzo principale

«Io, vescovo con le stellette»

Parla monsignor Santo Marcianò, l'Ordinario militare cui fanno riferimento i 166 cappellani italiani: «Lavoriamo perché la pace sia il futuro, anche il futuro della guerra»


Pubblicità

Non lontano dal Palazzo del Quirinale, a due passi da piazza Venezia. L’ Ordinariato militare è nel cuore di Roma, con affaccio sui Fori traianei. Uno spettacolo che unisce insieme la memoria e la bellezza. Ma anche il silenzio e la preghiera: quello delle suore, per esempio, che nella chiesa principale dell’ Ordinariato, intitolata a Santa Caterina a Magnanapoli e nella chiesa del Sudario pregano per la pace con l’ adorazione eucaristica perpetua, fortemente voluta da monsignor Santo Marcianò, da un anno esatto nuovo ordinario militare per l’ Italia.

- Il Papa ha detto che «la guerra è follia». Come si conciliano armi e preghiera?

«L’ omelia di papa Francesco a Redipuglia ha scosso tutti, ha toccato i cuori, ha rafforzato e ravvivato, nel mondo militare, l’ urgenza della pace. Il tema della guerra, come quello della pace, che sta tanto a cuore alla Chiesa, non si può affrontare compiutamente senza riservare un’ adeguata attenzione al mondo militare. Si tratta di una sfida difficile ma anche di una sfida preziosissima, in particolare per noi sacerdoti che a questo mondo siamo inviati. Il beato don Carlo Gnocchi, cappellano militare durante la guerra, e al fianco degli alpini anche nella campagna di Russia, sostiene che esiste un’ armonia tra il mondo delle armi e il mondo dello spirito perché la guerra, prima di essere un problema di carattere economico o politico, è un “disordine morale”; anche papa Francesco nell’ omelia ha chiarito che, prima delle ideologie che muovono le guerre, “c’ è la passione, c’ è l’ impulso distorto”. Il ricorso al mondo dello spirito è essenziale per umanizzare la persona, per educarla alla pace, evitando che si fermi al livello del materialismo, dell’ edonismo, degli impulsi. La guerra, come la pace, nasce nel cuore dell’ uomo».

- Qual è in questo senso la missione dei cappellani?

«Il ministero dei cappellani rientra specificamente in questa attenzione all’ uomo: è un servizio all’ uomo centrato sull’ attenzione e la cura pastorale di ogni militare e della sua famiglia. In questo primo anno di ministero episcopale tra i militari ho potuto rendermi conto quale punto di riferimento essi siano. La loro è una presenza di Chiesa che, è bene precisarlo, non parte da una proposta o da un’ imposizione della Chiesa, ma da una specifica richiesta che il mondo militare, attraverso i suoi responsabili e le autorità dello Stato italiano, fa alla Chiesa. Questo fa capire come la presenza dei cappellani tra le Forze armate non sia formale e quante aspettative, ma anche quanto spazio pastorale, accompagni la loro missione. È una missione a servizio dell’ evangelizzazione, centrata sull’ annuncio della Parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti. Ed è a servizio della comunione, attenta a far crescere in ogni caserma, in ogni unità, in ogni struttura, il senso di comunità, essenziale anche in contesti, come è quello militare, in cui si respira l’ importanza della gerarchia».

- Cosa pensa delle polemiche sugli stipendi? Parliamo di dati reali.

«Capita spesso che i mass media diffondano notizie imprecise o false al riguardo. Lo stipendio è elargito e calcolato in base al servizio reso allo Stato, così come avviene, per esempio, per gli insegnanti di religione nelle scuole, per i docenti universitari presso istituti statali o privati, per i sacerdoti e i religiosi che svolgono attività sanitarie o professioni di altro genere... A titolo esplicativo, basta dire che i 166 cappellani militari italiani ricevono stipendi diversi. Quello di base si aggira attorno ai 1.500 euro. Stesso discorso vale per la pensione alla quale, secondo le leggi, accede esclusivamente chi ne matura le condizioni, in termini di anni di servizio e di qualità di servizio. Dunque, non esistono – anche questo va precisato con chiarezza – pensioni privilegiate. Infine, visitando i cappellani e conoscendo meglio il loro operato tra i militari, vedo quante volte essi si impegnino a sostenere personalmente, grazie anche al proprio stipendio, situazioni familiari e personali di crisi economica e di vera e propria indigenza che, come in ogni parrocchia, non mancano neppure nelle nostre comunità militari, offrendo così una forte e bella testimonianza evangelica che tutti i cristiani dovrebbero sentirsi motivati a dare».

- Non sareste più liberi senza “stellette”?

«Dall’ esterno potrebbe sembrare di sì. Ma, come in ogni campo, anche la realtà militare può essere capita bene solo “dal di dentro”. Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato. A me piace spiegarle come segno di condivisione. E la condivisione è essenziale per capire l’ opera dei cappellani; è quasi una metodologia con cui viene portata avanti la missione. Il beato don Carlo Gnocchi, cappellano militare durante la guerra, e al fianco degli alpini anche nella campagna di Russia, proprio desiderando condividere, essere laddove erano “i suoi ragazzi”, volle raggiungere il fronte. E anche se oggi, nella nostra nazione, la situazione storica non è quella di allora, i cappellani rimangono accanto ai militari condividendo la quotidianità dei loro compiti a difesa dei cittadini in Italia e delle missioni internazionali in cui i nostri contingenti sono impegnati. Tuttavia bisogna considerare che le stellette sono poste su una talare: Giovanni XXIII, anch’ egli soldato e poi cappellano durante la Prima guerra mondiale, da Papa, esortava i cappellani militari a non dimenticare che erano prima di tutto preti e che solo dall’ essere preti poteva derivare l’ efficacia e la fecondità della loro missione»

- Quale lo spazio della preghiera?

«Una vera “pastorale della pace” inizia dalla preghiera e dalla riscoperta della Parola di Dio. Per questo, ho proposto ai cappellani di far partire, tra i militari, itinerari di catechesi e incontri di lectio divina su brani biblici che affrontino il tema della pace. La Chiesa, anche nelle opere di pace, cresce grazie alla docilità allo Spirito, al discernimento della volontà di Dio che parte dall’ ascolto della Sua Parola. Così, siamo certi che il cammino della pace, che ai cappellani militari e ai militari stessi è in modo particolare affidato, troverà sempre nuovi sentieri perché la pace possa essere il futuro, anche “il futuro della guerra”».

Loading

Pubblicità
Iniziative San Paolo