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Chi si prende cura dei caregivers?

Quasi il 27% della popolazione italiana è coinvolto in compiti di cura. Diventa necessario dunque cominciare a pensare anche a come assistere chi assiste.


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Attualmente ci sono oltre 6 milioni di italiani non autosufficienti, quasi uno su dieci.

 

«A fronte di uno dei cambiamenti più importanti della nostra epoca, quale l’ aumento dell’ aspettativa di vita e la conseguente cronicizzazione  delle patologie, più nessuno - istituzioni, medici, privati cittadini - può evitare di confrontarsi con una componente così fondamentale dell’ organizzazione sociale, quali la rete informale del caregiver». Così Marco Trabucchi, nel dossier preparato dal Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia, presentato il 12 ottobre a Milano, in collaborazione con altre organizzazioni attive nel settore come la Cooperazione Sociale “Anziani e non solo”, e la Fondazione Manuli, da anni impegnata nel sostegno alle famiglie alle prese con la malattia di Alzheimer.

 

L’ assistenza informale è un mondo spesso nascosto e scarsamente riconosciuto di persone, che prestano tempo ed energia per assistere le persone anziane, che solitamente non hanno quadri clinici fra i più semplici: il più delle volte sono presenti più patologie. Ciò comporta che "chi si prende cura" diventa volente o nolente una sorta di esperto. Dato il considerevole aumento della persone anziane, la percentuale di persone coinvolte in qualche modo in questa rete di assistenza e di solidarietà negli ultimi 25 anni è salito dal 20.8 al 26,8%.

 

I caregiver sono ancora e soprattutto donne - madri, mogli, nuore, figlie –, figure che sa sempre storicamente si sono maggiormente occupate delle fragilità familiari. Ma mentre nel 1998 le ore mensili dedicate al "prendersi cura" erano mediamente pari a 37,3 dieci anni dopo, nel 2009, queste ore sono diminuite a 31,1.  Diminuzione che è da attribuire al cambiato contesto di vita di tante donne che "conciliano" la vita familiare con la vita lavorativa. Anche il tempo impegnato per cure da parte degli uomini è diminuito, da 26,4 ore al mese a 21,5.

 

Quando le famiglie si trovano a dovere affrontare problemi di più o meno improvvisa non autosufficienza, spesso il primo consigliere è il medico di famiglia. Non sempre però egli sa rispondere a tutte le esigenze delle famiglie e indirizzare bene nel groviglio di servizi pubblici e privati a sostegno della non autosufficienza, che in questi anni si sono molto diversificati. Poiché soprattutto nell’ anziano i problemi tendono a presentarsi con più aspetti da tenere in considerazione, c’ è da pensare contemporaneamente ai risvolti sanitari, sociali, relazionali e talvolta anche economici della non autosufficienza. 

Un numero crescente di famiglie si rivolge al mercato privato, assumendo assistenti familiari, le cosi dette "badanti". Il numero di queste donne coinvolte nel lavoro di cura sono stimate in 774.000, di cui 700.000 straniere. Circa il 6,6% degli anziani over 65 utilizza una badante, e in totale le famiglie italiane sostengono una spesa di oltre 9 miliardi di euro per la retribuzione delle badanti, cifra che equivale al 7% della spesa sanitaria regionale.

 

I cambiamenti che hanno toccato le famiglie e il contemporaneo invecchiamento della popolazione richiedono serie riflessioni sul futuro della cura informale. Va riconosciuto e "visto" il lavoro invisibile; si tratta di un riconoscimento sul piano culturale e sociale. Governo Regioni e Enti locali devono riconoscere nella famiglia un’ importante realtà di servizio alle persone non autosufficienti. Le famiglie devono essere informate sui servizi a loro disposizione e necessitano di formazione di tipo pratico, di conoscenza base delle patologie e delle cure, di gestione dello stress. Dai vari servizi coinvolti nella non autosufficienza deriva dunque anche il compito di "curare chi cura": se viene meno il pilastro della cura familiare viene meno anche il "mantello" che copre la persona bisognosa di assistenza.

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