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«Giusto investire sugli istituti tecnici altrimenti tra qualche anno non avremo personale qualificato per le industrie»

All'indomani del discorso di Mario Draghi al Senato, Simonetta Tebaldini, ingegnere e dirigente dell'ITIS Castelli di Brescia commenta il rilancio degli istituti tecnici. «Ripartiamo dalla formazione dei docenti perché siano al passo coi tempi».


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«È necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’ offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici)». Non è passata inosservata la frase che Mario Draghi ha detto pronunciando nel suo discorso programmatico al Senato. Ne parliamo con Simonetta Tebaldini, ingegnere e dirigente dell'ITIS Castelli di Brescia un istituto fortemente radicato nel tessuto industriale della città.

«Stiamo ancora cercando di capire se il premier si riferisse al percorso delle scuole secondarie di secondo grado o al percorso che i ragazzi delle nostre scuole affrontano per due anni post diploma. Ma i due ambiti sono fortemente interconnessi. La cosa importante, però, che ha posto la necessità che la scuola abbia un occhio di riguardo per gli istituti tecnici. Le aziende hanno bisogno di personale a tutti i livelli, da chi tira i cavi a chi studia i progetti; dal tornitore e chi deve valutare il suo lavoro. Perché l'elemento più piccolo come può essere il perno di una lavastoviglie se mal fatto crea un danno enorme a tutta l'azienda».

È soddisfatta del riferimento agli istituti tecnici?

«È stato fondamentale per non mandare in crash il sistema produttivo. Pensi che a Brescia noi non riusciamo a soddisfare le richieste del mondo industriale».

È la prima volta che si parla proprio di queste realtà...

«Sì la prima. Il principio di fondo, che io predico da anni, è che il nostro è un Paese con una forte valenza industriale. A tutt'oggi, nonostante il Covid e la crisi conseguente, mi chiedono gli elenchi dei ragazzi che si diplomano da noi. Ecco perché bisogna investire sugli istituti tecnici: perché da qui a 3, 5, 7 anni sennò non avremo abbastanza personale che possa lavorare nelle industrie, che lo faccia come quadro o come operaio».

Draghi chiede anche una rivoluzione delle vostre scuole, con un occhio al modello francese e tedesco

«È un settore che va rivisto in profondità. Il premier ha una visione europea della scuola ed è giusto così. In Europa la formazione professionale è direttamente connessa all'industria con percorsi di due anni dopo il diploma. Con un raccordo ben più saldo del nostro».


 

Per riammodernare gli istituti tecnici Draghi è pronto a stanziare 20 volte i soldi di un qualsiasi anno normale pre-pandemia. Come andranno usati?

«Facendo un tagliando alle scuole che è bene fare ogni tanto come per tutte le realtà. E potenziando i percorsi che appoggiano sulle scuole e che vivono grazie alla sinergia con con le industrie. Poi ci sarebbe bisogno di più istituti tecnici: quest'anno ho dovuto rifiutare oltre 100 ragazzi perché non avevo posto...».

Condivide quindi che vadano innovati?

«Certo. Va innovata l'organizzazione delle scuole, serve lavorare a tutto tondo per costruire un mondo e una cultura nuovi».

Pronti alle nuove sfide, globalizzazione, trasformazione digitale e transizione ecologica?

«Le stesse che ha citato nel suo discorso Draghi. Da almeno tre anni discuto di questi temi. L'istruzione tecnica va rivista nella sua organizzazione complessiva e non si può avere lo stesso assetto sindacale e contrattuale per i nostri prof e per quelli di un liceo. Noi stiamo vivendo una grave crisi: gli insegnanti che avevano esperienza laboratoriale stanno andando in pensione. Da chi verranno rimpiazzati? I giovani laureati vanno nelle aziende perché prendono il triplo che in una scuola. Chi resta qui non ha esperienza lavorativa. Se voglio che l'insegnamento sia appetibile per un ingegnere devo dargli un incentivo economico. Ecco allora che dobbiamo ripartire dagli insegnanti perché la scuola la fanno loro. Ragioniamo con loro e capiamo come si può riqualificare e cosa vogliono in cambio. Perché, per fare un esempio, l'informatica è un sapere in continua evoluzione che va costantemente aggiornato per non restare indietro. Non posso pretendere che un ingegnere accetti di includere nei 1500 euro anche l'aggiornamento. E poi c'è il tema del sapere dei ragazzi che va ripensato. Noi abbiamo una scuola fatta di mille materie. In prima gli studenti ne fanno 15 compresi i laboratori. È un sapere troppo frammentato».

Cosa propone?

«Far sedere al tavolino persone che hanno un certo tipo di laurea, costruire con loro un gruppo di persone che fanno riferimento agli istituti tecnici dei territori. Gli industriali bresciani sono usciti tutti da qui! Che il Governo ci chiami a rapporto, noi ci siamo! Sono contenta che il ministro dell'istruzione Bianchi sia laureato in Economia ambito industriale perché sono certa che capirà cosa sto dicendo».

Ci voleva Draghi per riscattare gli istituti tecnici ancora oggi considerati di serie B in Italia?

«Diciamo che c'è poca conoscenza degli istituti tecnici; le famiglie ancora distinguono il gran liceo che sta sopra dagli istituti professionali. La conoscenza profonda della scuola tecnica non c'è. Non si sa cosa si fa. Si sa dell'alto e del il basso, ma è “il mezzo” che porta avanti le cose. Parliamoci chiaro! Snobbate i tecnici, ma se resti chiuso in ascensore stai lì sei mesi se non viene il tecnico».

Così come l'Italia uscirà dalla crisi solo con le professionalità che escono dagli istituti tecnici?

«L'Italia uscirà da questa crisi perché ha grandissime competenze individuali, ma solo se queste faranno squadra. Si esce dalla crisi economica con l'aiuto del mondo industriale e la leva è potenziare gli istituti tecnici; esattamente come siamo ripartiti nel secondo dopo guerra investendo sulle industrie. A Brescia ci sono tanti piccoli Olivetti che lavorano 24 ore al giorno e messi tutti insieme faranno ripartire il mondo. Dalla crisi sociale, invece, si esce solo con l'aiuto di tutti».


 

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