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"In Italia il mio violino ha ripreso a volare"

Alaa Arsheed, esule siriano, grazie ad Alessandro Gassman e a Fabrica, è arrivato da noi e ha realizzato il suo primo disco. "Ora voglio far venire qui i miei genitori e i miei fratelli musicisti".


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Un violino suonato con maestria, l’ amore per la musica, un Paese che l’ ha accolto e uno stage che gli ha permesso di produrre il suo primo album. 
    Parte da qui la seconda vita di Alaa; dalla tenacia di un giovane musicista siriano che non ha perso la speranza di realizzare i sogni brutalmente interrotti nel proprio Paese, devastato da una guerra che sta cancellando un intero popolo e che ha già mietuto 250 mila vittime e sta seminando milioni di profughi.      

    Quando nel 2011 Alaa Arsheed lasciò la sua città per andare a Beirut, perché per un musicista come lui non c’ era futuro a Suwayda, capoluogo della regione omonima nel sud della Siria, non avrebbe mai potuto immaginare in quale inferno la feroce dittatura di Assad e la furia devastatrice dell’ Isis avrebbero fatto precipitare il Paese di lì a poco.  “La situazione stava peggiorando, ma la mia idea era quella di tornare. Dì lì a poco sarebbe scoppiata la primavera siriana”.       

Alaa ha 29 anni, studia violino, è appassionato di cinema e proviene da una colta famiglia drusa di Suwayda. “Con i genitori e i miei tre fratelli gestivamo dal 2006 il caffè-galleria ‘Alpha’ , il primo spazio culturale libero per gli artisti della città. Mio padre lo aprì evitando di chiedere il permesso al governo locale,  altrimenti avremmo avuto sempre gli occhi  del regime addosso. Il logo del locale era ‘l’ arte e per tutti’ . In pochi anni sono passate di qui oltre un centinaio tra esposizioni ed eventi musicali e letterari”.  Il padre di Alaa aveva persino pensato di trasferire ‘Alpha’  in uno spazio molto più grande, per creare un vero e proprio centro culturale. Progetto abbandonato bruscamente per quanto accadde in seguito. 

   “A soli tre mesi dal mio arrivo a Beirut”, racconta l’ esule siriano, “mi  informarono che un raid di filogovernativi  aveva devastato la galleria, bruciato le opere e sfregiato i quadri.  Quindi arrestarono mio padre, che rimase in carcere per circa un mese, con l’ accusa di sovversione, prima che, tornato in Siria,  riuscissi a farlo liberare.  Ma ‘Alpha’ non ha riaperto: era troppo rischioso per i miei. Tutto era finito ormai, assieme alla galleria: la poesia, la buona energia, l’ amore, la vita stessa erano state distrutte. E fuggii nuovamente  in Libano con i miei fratelli”.  

     A Beirut Alaa per sopravvivere e pagarsi gli studi al conservatorio si adatta a fare di tutto: suona nei piano-bar, ai matrimoni, collabora ad allestimenti teatrali e  in ambito cinematografico  fa l’ assistente alle riprese. Trova pure il tempo per insegnare violino ai bambini di un campo profughi palestinese. E proprio qui avviene l’ incontro con Alessandro Gassmann, che sta girando un documentario sui rifugiati. “E’ bastato un suo tweet in cui, oltre ai complimenti nei miei confronti, accennava al mio sogno di poter suonare in Europa”, spiega Alaa. Il Centro di ricerca sulla comunicazione di Fabrica legge l’ appello e invita il violinista a uno stage di tre mesi nella propria sede di Villorba, nel Trevigiano. Qui, con l’ aiuto dei  giovani stagisti di Fabrica Musica ha avuto la possibilità  di comporre un album, intitolato ‘Sham’ (dal nome  aramaico di Damasco), che a fine settembre sarà stampato. “A Beirut mi sentivo un prigioniero, un uccello senza ali. Qui in Italia ho la possibilità di realizzare il mio sogno di vivere della mia musica e dare seguito al progetto di mio padre: aprire un altro ‘Alpha’ per diffondere la cultura siriana e aiutare i suoi artisti, ma in Europa. Vorrei poter far venire qui i miei fratelli che vivono ancora a Beirut e fondare con loro un quartetto d’ archi (il fratello Hayan suona la viola, la  sorella Kinda il violino e la più giovane, Marwa, il violoncello,  ndr).  Vorrei portare qui i genitori che in Siria rischiano sempre di più”.

Nel frattempo il giovane musicista ha avviato l’ iter per chiedere asilo politico. “So di amici che si sono imbarcati per scappare dal mio Paese, ma molti, arrivati in Turchia,  hanno desistito. Mi sembra di vivere un incubo.  Vent’ anni fa la Siria era un paese pacifico. Poi il mondo attorno a noi è impazzito. Che disegno c’ è in tutto ciò?”, si chiede. E sull’ esodo biblico dei siriani in Europa conclude amaramente:  “Altri milioni di miei connazionali scapperanno. Non riesco a immaginarmi a breve una Siria  libera, in cui possa rifiorire l’ arte e la cultura”.

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