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Il terremoto non uccide... Uccidono le negligenze umane

Pubblichiamo integralmente l'omelia di monsignor Domenico Pompili al funerale per le vittime di Amatrice ed Accumoli. Un intervento a tratti severo, con un riferimento evidente a tutti i politici: «A uccidere non è solo il terremoto, ma anche le opere e le responsabilità umane. Per questo serve un impegno tenace, che non si accontenti della muscolare ingenuità del “tutto e subito” ma che sappia guardare oltre».


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«Dov'è Dio?». Dov'è quando la natura rivela la sua potenza distruttiva, dov'è di fronte a una catastrofe tanto cieca e crudele? E' l'assordante domanda che rimbomba dopo un terremoto. Una domanda che in realtà «non va posta dopo, ma va posta prima e comunque sempre per interpretare la vita e la morte». Così ha detto, nella sua omelia, monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, celebrando i funerali per le vittime di Amatrice ed Accumoli. Sono parole, le sue, che da un lato guardano al silenzio della preghiera, per un credente il solo balsamo capace di lenire ferite così profonde, ma che contemporaneamente stimolano una reazione attiva.

Perché, ricorda il presule, a uccidere non è solo il terremoto, ma sono anche le opere, le responsabilità e le negligenze umane. Per questo (e il riferimento al mondo politico è evidente) serve un impegno tenace, che non si accontenti della muscolare ingenuità del “tutto e subito” ma che sappia guardare oltre. «Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli ancora» dice il Pastore. E le sue parole idealmente si riallacciano a quelle di monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, che sabato scorso ha celebrato le esequie per le vittime del territorio marchigiano: «Abbiamo perso tutto, ma non il coraggio della fede».

Ecco, sotto, il testo integrale dell'omelia di monsignor Domenico Pompili:

«Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’ uomo!»

«Mi hanno spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere. Son rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il benessere». Il brano delle Lamentazioni descrive la distruzione di Gerusalemme, ma si presta bene ad evocare la devastazione di Amatrice e di Accumoli. Sembra di risentire i sopravvissuti: un rumore assordante, pietre che precipitano come pioggia, una marea asfissiante di polvere. Poi le urla. 

Quindi il buio. Il brano ispirato prosegue: «Buono è il Signore con chi spera in lui, con l’ anima che lo cerca. E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore». Si intuisce che Dio non può essere utilizzato come il capro espiatorio. Al contrario, si invita a guardare in quell'unica direzione come possibile salvezza. In realtà, la domanda “Dov’ è Dio?” non va posta dopo, ma va posta prima e comunque sempre per interpretare la vita e la morte. Come pure, va evitato di accontentarsi di risposte patetiche e al limite della superstizione. Come quando si invoca il destino, la sfortuna, la coincidenza impressionante delle circostanze.  A dire il vero: il terremoto ha altrove la sua genesi! I terremoti esistono da quando esiste la terra e l’ uomo non era neppure un agglomerato di cellule. I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti. Le montagne si sono originate da questi eventi e racchiudono in loro l’ elemento essenziale per la vita dell’ uomo: l’ acqua dolce. Senza terremoti non esisterebbero dunque le montagne e forse neppure l’ uomo e le altre forme di vita. Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’ uomo!

«Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò… sono mite e umile di cuore». Le parole del Maestro sono come un balsamo sulle ferite fisiche, psicologiche e spirituali di tantissimi. Troppi. Non basteranno giorni, ci vorranno anni. Sopra a tutto è richiesta una qualità di cui Gesù si fa interprete: la mitezza. Che è una ‘forza’ distante sia dalla muscolare ingenuità di chi promette tutto all’ istante, sia dall’ inerzia rassegnata di chi già si volge altrove.

Ricostruzione: «Non sia sciallaggio o querelle politica, ma faccia rivivere la bellezza»

La mitezza dice, invece, di un coinvolgimento tenero e tenace, di un abbraccio forte e discreto, di un impegno a breve, medio e lungo periodo. Solo così la ricostruzione non sarà una ‘querelle politica’ o una forma di sciacallaggio di varia natura, ma quel che deve: far rivivere una bellezza di cui siamo custodi. Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta. Abitiamo una terra verde, terra di pastori. Dobbiamo inventarci una forma nuova di presenza che salvaguardi la forza amorevole e tenace del pastore.

Come si ricava da un messaggio in forma poetica che mi è giunto oltre alle preghiere: «Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’ . Non ti abbandoneremo uomo dell’ Appennino: l’ ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’ alba ancor ti stupirai».

Monsignor Domenico Pompili

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