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Il Papa: la Chiesa non è una dogana

È stata pubblicata martedì l'esortazione apostolica «Evangelii Gaudium» in cui Francesco suggerisce come mettere in pratica il Vangelo e riformare la Chiesa attorno ad esso. «Di frequente, scrive, «ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’ è posto per ciascuno con la sua vita faticosa»


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L’ Esortazione apostolica "Evangelii gaudium" è un documento programmatico. Ma non è il programma del pontificato di Bergoglio. È soltanto il programma di come si fa, secondo il suggerimento del Papa, a mettere in pratica il Vangelo e a riformare la Chiesa attorno ad esso.

Il documento - che sarà allegato a Famiglia Cristiana in edicola da giovedì, 5 dicembre -  è stato pubblicato martedì e raccoglie anche i contributi dei lavori del Sinodo che si è svolto in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede”.

«La gioia del Vangelo» si legge nelle prime righe dell’ esortazione «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’ isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia».

Ecco una sintesi del documento con le frasi più importanti  

La Chiesa e i cristiani

Ci sono cristiani che sembrano avere un stile di Quaresima senza Pasqua. Un evangelizzatore non dovrebbe avare costantemente una faccia da funerale.

 Tutti hanno diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia.

Uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.

La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi. Osiamo un po’ di più di prendere iniziativa!

Esiste un certo cristianesimo fatto di devozioni, proprio di un modo individuale e sentimentale di vivere la fede, che in realtà non corrisponde ad una autentica pietà popolare.

Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione che n on può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione.

Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventi un canale adeguato per l’ evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’ autopreservazione.

La parrocchia non è una struttura caduca. Questo presuppone che realmente sia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi.

Dobbiamo riconoscere che l’ appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non  ha ancora dato sufficienti frutti, perché siano ancora più vicine alla gente.

Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione soni una ricchezza per la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo.  

Il Vescovo dovrà stimolare e ricercare la maturazio­ne degli organismi di partecipazione  e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti.  

Devo anche pensare ad una conversione del Papato. Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il Papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’ appello ad una conversione pastorale.    

Bon è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’ eccessiva centralizzazione anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria.

La pastorale in  chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è sempre fatto così”.

Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. L’ annuncio si concentra sull’ essenziale.

Con la santa intenzione di comunicare loro (ai fedeli, ndr) la verità su Dio e sull’ essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano. In tal modo siamo fedeli ad una formulazione, ma non trasmettiamo la sostanza.

Ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita. Non abbiamo paura di rivederle.

Si sviluppa la psicologia della tomba che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo.

Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa  non è una dogana, è la casa paterna dove c’ è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.

L’ omelia non può essere uno spettacolo di intrattenimento. Deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione.

Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e di procedimenti.

Non si può affermare che la religione deve limitarsi all’ ambito privato e che esiste solo per preparare le anime al cielo.

Il mondo, l’ economia, la politica

L’ adorazione dell’ antico vitello d’ oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano.

Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune.

Per la Chiesa l’ opzione per i poveri è una categoria teologica, prima che culturale, sociologica, politica o filosofica.

Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione che soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’ opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’ attenzione religiosa privilegiata e prioritaria.

A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore.

Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’ autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’ inequità è la radici dei mali sociali.

Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato.

L’ economia non può più ricorrere a rimedi che siano un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando un tal modo nuovi esclusi.

Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando la vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’ aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie.

Le rivendicazioni sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l’ inclusione sociale dei poveri e i diritti umani, non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un consenso a tavolino o un’ effimera pace per una minoranza felice.

Non si può più tollerare che si getti il cibo quando c’ è gente che soffre di fame.

Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa.

Chiedo a Dio che cresca il numero di politici capaci di entrare in un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non apparenza dei mali del nostro mondo, più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri.

C’ è bisogno i  questa fase storica di un modo più efficiente di interazione che, fatta salva la sovranità delle nazioni, assicuri il benessere economico di tutti i Paesi e non solo di pochi.

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