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Il Papa alla Veglia con i giovani: «Ponti di fraternità contro la guerra»

Francesco ha spronato ad affrontare il clima d'odio che avvelena il mondo con le nude armi della comunione e del rispetto. E ha invitato tutti i presenti (centinaia di migliaia) ad alzarsi a prendersi per mano e a pregare in silenzio. «Non siate una gioventùà strogliazzata sul divano. La storia oggi vi vuole tutti titolari, nessuno si consideri riserva».


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Cracovia, Polonia
Dal nostro inviato

Fa salire un gruppo di ragazzi sulla papa mobile appena arriva al Campus Misericordia ascolta tre testimonianze tra cui quella di Rand che viene da Aleppo. Le altre due sono di una giovane polacca direttrice in una rivista di moda che ad un certo punto guarda la sua vita e vede solo disastri, fa la lista dei suoi peccati, si confessa e trova la fede, e di un giovane del Paraguay riuscito ad uscire dal tunnel della droga con l’ aiuto delle comunità “Casa della speranza” del Brasile. Ora è direttore di una di esse.

Il Papa, come aveva già fatto alla mattina nella Messa al santuario Giovanni Paolo II, chiede di nuovo ai giovani di rischiare e di uscire. Ma prima, colpito dalla testimonianza della giovane di Aleppo, ripete che la “nostra riposta al mondo in guerra ha un nome e si chiama fraternità” e che “nulla giustifica il sangue”. Alza la voce, pensando ad Aleppo e alla Siria: “Basta città dimenticate”. Vede che ha davanti nella spianata, “figli”, dice, “di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti o addirittura sono in guerra” e altri che “sono in pace”. Sulla guerra in Siria dice qualche cosa in più: “E’ il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come Rand che ci chiede di pregare per il suo amato Paese”. Sottolinea che “noi non vogliamo vincere l’ odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore”.

Chiede il silenzio per pregare un momento, prendendosi per mano, per quelli che non si impegnano che intendono la famiglia come un albergo, “mangiare e dormire” e anche per quelli che credono che “i loro errori li abbiamo tagliati fiori definitivamente”, la “paura di non avere altro opportunità”. Perché “la paura” e la “paralisi”, che il papa chiama “sua sorella gemella” ci fa perdere il gusto di godere dell’ incontro, dell’ amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare gli altri”. Insiste sull’ impegno spiegando ai giovani che non si è venuti al mondo “per vegetare”, per “addormentarsi su un divani”, per “garantirsi ore tranquille” con i “videogiochi”, per passate tempo “davanti allo schermo del computer”. La “felicità del divano” è una “paralisi silenziosa” che può “rovinare” e “imbambolare” e “intontire”, anzi che “può rovinare di più la gioventù”. La felicità non è nemmeno “consumare”, perché quando ci si ferma su questa soglia si perde “la libertà”. Denuncia che “c’ è tanta gente che non vi vuole liberi e che non vi vuole bene”.

Bergoglio spiega che, oltre alla droga, “che fa male”, ci sono altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci meno liberi o comunque più schiavi”. Invece occorrono “giovani svegli”, perché Dio vuole che si rischi, che si vada sempre “oltre”, Gesù “non è il Signore del confort”. Chiede ai giovani di “aprire nuovi orizzonti”, di “andare per le strade seguendo la pazzia di Dio”, che si vede negli ammalati, nell’ “amico finito male”, nei “profughi” e di diventare “attori politici, persone che pensano” e “animatori sociali”, stimolando anche “un’ economia più solidale”. Il nostro tempo, aggiunge, ha bisogno di “giovani che camminano con gli scarponcini” e accetta solo “giocatori titolari in campo”. Insomma “non c’ è posto per le riserve”: “Gesù ti proietta all’ orizzonte, non in un museo”. Alla fine li invita di nuovo a costruire ponti e spiega che i giovani possono insegnare agli adulti come fare: “Che siate voi i nostri accusatori se scegliamo la via dei muri e dell’ inimicizia”. Invita alla fine ancora a prendersi per mano: “E’ il grande ponte fraterno e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo…ma non per la fotografia”.

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