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Il grido di un infermiere: "Vi supplichiamo, state a casa"

Abbiamo raccolto su facebook l'appello di un infermiere del 118 lombardo. Racconta la storia di dolore, dignità e coraggio della signora Lucia e invita tutti a fare la propria parte.


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Tutti  li abbiamo chiamati “eroi”. E lo sono davvero. Dai balconi mezza Italia riconoscente li ha  ringraziati anche per l’ altra mezza. Eppure loro si scherniscono: “Gli eroi non siamo noi, ma  sono loro, i pazienti e i loro familiari”. E’ quanto ci dice, attraverso un post sul suo profilo facebook,  in modo commosso e commovente, Paolo Baldini, 47 anni, di Vigevano, infermiere specializzato, da 15 anni al Soreu “Pianura”, che gestisce il 118 delle cinque province lombarde a sud di Milano( e che abbiamo intervistato nel numero di FC uscito oggi); uno dei tanti operatori sanitari in primissima linea in queste settimane contro l’ epidemia, a fianco di chi soffre, ha paura, e purtroppo muore di coronavirus. Sono parole affrante, pesanti come pietre, di chi è testimone, a volte impotente, di tanta sofferenza, ma che non ha intenzione di mollare. Parole che ci chiedono di fare la nostra parte.  

Ecco la sua testimonianza:

“Sapete cosa sta succedendo nei territori del lodigiano dove tutto è’ partito ?
i cittadini che chiamano la centrale operativa del 118 dove io lavoro e chiedono aiuto. Ma sapete cosa chiedono? Chiedono semplicemente aiuto  e non pretendono nulla.
E incredibilmente non urlano,non minacciano,non insultano.
Sono gentili; ci chiedono ‘scusa’ per il disturbo e pazientemente e pacatamente attendono ore prima che qualcuno possa ascoltarli e, sperano, aiutarli, anche solo al telefono. Voi che lì non ci vivete, non capirete subito il perché sono così remissivi e rassegnati. Io si. E cerco di spiegarvelo.

Mi chiama Lucia. Vive in una casa a due piani. Ha 55 anni abita al piano di sopra ed e’ in quarantena con i suoi due figli. Le chiedo chi ha bisogno.
Mi dice: sua madre che abita al piano di sotto.Le chiedo se hanno avuto contatti con persone positive per coronavirus.

Lei inizia. Gianni suo marito, di 57 anni, e’ ricoverato in rianimazione. Intubato.
Stefano, suo fratello, di 49 anni, e’ morto l’ altro ieri in rianimazione. Non la stessa dove è ricoverato il marito, perché non c’ era più posto quando è’ stato male.

Il marito e’ stato portato via una settimana fa in ambulanza per febbre e affanno respiratorio. Da allora Lucia non lo vede e non lo sente più.
Attende tutto il giorno una telefonata dal personale del reparto per sapere se suo marito e’ ancora vivo e se ci sono progressi.
La voce le trema mentre me lo dice e io non ho il coraggio di interromperla.
Non me la sento di interrompere il suo racconto anche se ho venti chiamate che attendono dopo di lei.

E’ Così da giorni e cosi continuerà per molti altri giorni ancora,ne sono certo.
Alla fine prende fiato e io posso continuare a capire come aiutarla.
Mi spiega che chiama per sua madre.
La mamma di Lucia abita al piano inferiore e ha 88 anni, febbre da diversi giorni, astenia, tosse, dispnea. Il medico curante la segue.
Lucia e sua mamma sono fortunate: il loro medico non è’ malato o in quarantena.

Il medico nei giorni scorsi gli ha fatto fare una lastra e gli ha fatto arrivare l’ ossigeno perché respira male da un giorno.
Mi dice che il medico l’ ha appena visitata e consiglia il ricovero in ospedale perché non sa più come gestire a casa la situazione.
Aggiunge che il medico voleva parlare con noi, ma dopo un’ ora di attesa al telefono, e’ dovuto andare da un altra paziente.
Le chiedo scusa per l’ attesa, cercando di spiegarle che siamo letteralmente inondati da chiamate di soccorso e che non ce la facciamo ma lei mi interrompe e mi dice : “Non dovete scusarvi. Voi fate fin troppo”.

E’ lei che consola me.

Le propongo un mezzo di soccorso per portare la madre in ospedale.
Le premetto però che ci vorrà del tempo e che non sono certo di poterla portare all’ ospedale di Lodi dove è’ ricoverato suo marito.

Lei mi blocca. La sua voce è’ calma ma decisa.
Ho la sensazione di dovermi preparare a discutere. Sono stanco e egoisticamente non ho più voglia di parlare con nessuno; ho la nausea nel sentire sempre le stesse storie, la stessa sofferenza e lo stesso dolore.
Poi penso che tra un’ ora ho finito il turno ed ancora più egoisticamente mi immagino già nel letto a dormire.

Lucia invece mi dà una lezione di vita che ancora oggi due giorni dopo e’ ben impressa nella mia mente e nel mio cuore.
Mi dice che non vuole portare la mamma in ospedale.
Mi spiega che ha già perso un fratello senza poterlo salutare e senza poter andare al suo funerale e che non vede e sente suo marito da dieci giorni.
Mi dice che non vuole che sua madre muoia in ospedale.
E aggiunge: “So perfettamente che in ospedale riuscite a malapena a stare dietro ai pazienti giovani. So perfettamente che se mando mia mamma in ospedale la lasciate morire da sola perché non avete tempo di curarla”.

Lo dice senza astio ma con una consapevolezza che mi gela il sangue.
Io rimango in silenzio perché so che ha perfettamente ragione, ma non riesco a dirle che purtroppo è cosi.
Lei capisce il mio silenzio e prosegue:
“Vi chiedo solo qualcuno che mi dica che sto facendo la cosa giusta e che mi permetta di farla morire dignitosamente a casa senza soffrire”.

Mi fermo qui. Non vi aggiungo altro.
Vi dico solo che la mamma di Lucia e’ morta a casa sua, un’ ora dopo.

Magari un giorno andrò dalla signora Lucia per abbracciarla e per dirle che ha fatto la cosa giusta.
Perché  se fossi un padre vorrei avere una figlia come lei.

La signora Lucia e’ solo una goccia.
Non avete idea di che mare enorme di malattia, sofferenza e dolore questa pandemia stia creando.
E non illudetevi che possa accadere agli altri e non a voi.

Quando vi supplichiamo di stare a casa e vi diciamo che siamo al collasso non scherziamo.
Negli ospedali non ci sono più posti nemmeno per i giovani.
Noi sanitari ci stiamo ammalando e l’ epidemia si sta allargando.

Lodi, Codogno sono città piccole.
Oggi le vedete le foto dei camion che portano vie le bare a Bergamo?
Sapete quanti abitanti ha Milano?
A Milano gli ospedali sono già pieni di pazienti,
ma nessuno di loro è residente a Milano.
Indovinate un po’ da dove arrivano?

Fatevi due conti.
Anche se non siete esperti in matematica.

Se questa pandemia arriva seriamente a Milano quello che sta succedendo a Bergamo vi sembrerà una passeggiata.
Rimpiango di non essere in Cina dove si può chiudere tutto con l’ esercito.
Perché questo ci vorrebbe.

Quindi vi supplico.
Voi che siete sani fate un passo indietro.
Perche potreste essere positivi per il covid e senza saperlo infettate tutto e tutti uscendo di casa.

Non vi chiediamo molto. Solo di stare in casa.
Per favore.

Noi non molliamo, ma voi dateci una mano e fate il vostro”.

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Paolo Baldini
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