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Famiglia Cristiana e il carrozzone della canzone

Perché Famiglia Cristiana segue il Festival di Sanremo


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Un bollettino. Un blog. Un giornale di settore. Questi possono scrivere solo di ciò che gli piace o solo di ciò che non gli piace. Un grande giornale “popolare” che voglia informare e formare, come "Famiglia Cristiana", invece, è obbligato a scrivere di tutto, del bello e del brutto, del giusto e dell’ ingiusto, andando a cercare nella realtà quotidiana ciò che risponde al Vangelo e ciò che l’ offende, per distinguerli. Come diceva il beato Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, con splendida sintesi: «Parlare di tutto, cristianamente». Che, in altre parole, vuol dire: «Non parlare solo di Vangelo». O come ricorda san Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri».
Non c’ è nulla, quindi, che nella nostra informazione si possa considerare “tabù” – anche le questioni più scabrose– ma a due condizioni: primo, che ne abbiamo la competenza necessaria per farlo; secondo, che sappiamo situare ogni realtà in una prospettiva cristiana.

Ecco perché il nostro giornale non ha mai paura di “esserci”, di intervistare personaggi problematici e affrontare temi scomodi o platee a prima vista imbarazzanti. Come quella del Festival di Sanremo, cui dedichiamo la copertina di questo numero e che, ancor prima di partire, è investito da polemiche e strumentalizzazioni. Forse, Grillo lo userà per un comizio, forse i soldi pubblici saranno spesi anche per ingaggiare Rufus, cantante noto per le sue esibizioni blasfeme. L’ anno scorso fu il bacio gay e l’ esaltazione delle nozze omosessuali. E prima ancora le prediche dello pseudoprofeta Celentano o gli ammiccamenti sexy con gli spacchi di Belen.
Avrebbe senso ignorare un Festival (come ci chiede qualche lettore) che l’ anno scorso ha avuto in media, nelle cinque serate, dodici milioni di spettatori e il 50 per cento dei televisori sintonizzati tra tutti quelli in quel momento accesi? Ha senso ritirarsi sull’ Aventino di fronte a certi numeri e a una società della comunicazione che tutto pervade?
Ovviamente no. Sentiamo il dovere di esserci per distinguere. Come ha scritto Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura nel 2010: «Viviamo in un tempo di truffe, in cui il delitto, se è divertente e intrattiene il pubblico, viene perdonato» (La civiltà dello spettacolo). Una delle ragioni per cui esiste il nostro giornale è proprio questa: serve qualcuno che pur incontrando e dialogando con tutti, metta in guardia e ancora gridi «attenti alla truffa».
Ai lettori, quindi, diciamo: non permetteremo che il Festival dell’ italianità sia appaltato a pseudoartisti blasfemi o alle lobby della propaganda gay o di altro genere. E nemmeno staremo zitti se la Corte dei Conti avrà da ridire sul Festival, che ha “sforato” di più di venti milioni di euro nelle ultime tre edizioni.
Nello stesso tempo, distinguere è un esercizio che richiede costanza e partecipazione: una copertina non è un “santino”, né serve a “beatificare” chi vi è riprodotto. Così come non tutto ciò che vale si nota a prima vista. La Littizzetto che dice parolacce in Tv si nota subito. Ma la Littizzetto che, senza pubblico, compie generosi atti di solidarietà, che noi soli abbiamo raccontato, produce effetti assai più importanti.

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