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Il caso di Arzachena e i genitori che educano i figli con il terrore

Nella cittadina sarda un bambino è stato costretto a sentire persino la voce contraffatta del padre in modo da apparire diabolica. Le riflessioni dello psicoterapeuta Alberto Pellai sulla "pedagogia nera"


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Si chiama pedagogia nera. Ci sono interi trattati di psicologia dell’ età evolutiva che ne parlano. Veniva usata nei secoli scorsi, per spaventare e umiliare il minore, affinchè diventasse perfettamente rispondente alle aspettative degli adulti. Si applicava in famiglia e a scuola. I bambini ne rimanevano così traumatizzati da averne strascichi per il resto di tutta la loro vita. E quei bambini così umiliati, maltrattati e violentati, una volta diventati adulti, spesso non sapevano fare altro, con i loro figli, che ripetere le stesse azioni e le stesse torture subite anni prima.

La psicologia dell’ età evolutiva ha spesso raccontato la violenza sui minori come un evento intergenerazionale che, se non interrotto, rischia di riprodursi e di cumulare danni, in una coazione a ripetere da genitore e figlio. Alice Miller, che ha scritto alcuni dei libri più belli degli ultimi decenni a sostegno dell’ infanzia, ha raccontato quanto questi traumi infantili possano distruggere la conquista della felicità e la realizzazione di sé, cui ogni bambino che nasce ha diritto. E ha invocato che nella vita dei minori, ci siano adulti soccorrevoli, capaci di intercettare le situazioni di violenza e maltrattamento educativo e di fornire al bambino le cure di cui ha bisogno per diventare grande.

Ad Arzachena, la cronaca ci racconta di un caso di pedagogia nera del terzo millennio. Un bambino trattato come un oggetto, anzi maltrattato come nessun essere vivente dovrebbe essere trattato. Un minore di 11 anni cresciuto con umiliazioni, vessazioni, torture, che neanche nelle peggiori scene dei libri di Dickens si riescono a rintracciare. Gli adulti facevano tutto questo a scopo correttivo, per addomesticarne l’ indole – a detta loro – troppo irruenta. Erano arrivati a spaventarlo addirittura camuffando artificialmente la voce del papà e trasformandola – grazie ad effetti speciali del cellulare -  in voce diabolica da fargli ascoltare, amplificata nel buio, con il solo scopo di terrorizzarlo e ridurlo all’ obbedienza più totale.

Sembrano scene di un film dell’ orrore. Invece sono realtà che hanno portato alla condanna di tre adulti (due genitori e una zia)  che hanno sistematicamente inferto questo genere di abusi sul minore cui avrebbero dovuto invece garantire affetto, protezione e sostegno alla crescita. E’ una storia bruttissima che ci dice che anche nel terzo millennio, ci sono bambini trattati nel peggiore dei modi da adulti insensibili e malvagi. Perché questo bambino non è stato messo in salvo prima, ma dopo mesi, forse anni, di maltrattamenti? Perché nessuno ha mai identificato questa famiglia come gravemente a rischio? Perché il bambino per salvarsi ha dovuto chiamare in modo rocambolesco le forze dell’ ordine, che non volevano credere a ciò che si sono trovate davanti agli occhi? Sono domande la cui risposta, se ci sarà, arriva troppo tardi.

Ci vorrà molto tempo per convincere questo bambino che la vita è degna di essere vissuta.  Ci vorrà l’ amore di una nuova famiglia, davvero degna di questo nome. Il lavoro di molti specialisti dell’ età evolutiva. L’ attenzione di docenti ed educatori che in ambito scolastico ed extra-scolastico dovranno reinstillargli fiducia nel prossimo e una rinnovata capacità di alzare lo sguardo su se stesso percependosi degno di stima, valore e affetto. Purtroppo quando la prevenzione non interviene precocemente, il lavoro da fare in seguito in termini di cura e riabilitazione, diventa enorme. Ma è un lavoro necessario.  

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