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«Preghiera, confessione, carità creativa», i preti alla scuola del Curato per riprendere coraggio


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«Senza negare e misconoscere il danno causato da alcuni dei nostri fratelli, il Papa ha voluto mettere in luce soprattutto il buon esempio della grande maggioranza di preti che, in maniera costante e integra, offrono tutto ciò che sono e hanno per il bene degli altri». Il cardinale Pietro Parolin ha citato la lettera ai sacerdoti di tutto il mondo scritta da Francesco esattamente un anno fa, nel 160esimo della morte del curato d’ Ars, nel corso di una visita in Francia dedicata alla figura di san Giovanni Maria Vianney. Nella sua prima trasferta internazionale dopo il lockdown imposto dalla pandemia, il Segretario di Stato vaticano si è recato ad Ars, nel sud-est del paese, e proseguirà il suo viaggio visitando, nei prossimi giorni, il santuario di Lourdes, dove il 15 agosto celebrerà messa per la solennità dell’ Assunta.

«Negli ultimi tempi abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali da parte di ministri ordinati. Indubbiamente, è un tempo di sofferenza nella vita delle vittime che hanno subìto diverse forme di abuso; anche per le loro famiglie e per tutto il Popolo di Dio», scriveva il Papa, sottolineando poi che «è consolante trovare dei pastori che, quando vedono e conoscono la sofferenza delle vittime e del Popolo di Dio, si mobilitano, cercano parole e percorsi di speranza». Il cardinale Parolin, questa mattina direttamente a Ars, ha chiosato, durante l’ omelia di una messa mattutina: «I momenti di purificazione ecclesiale che viviamo ci renderanno più felici, più semplici, più generosi e più fecondi. Non lasciamoci prendere dallo scoraggiamento. E non dimentichiamo mai che la nostra vocazione è un dono gratuito del Signore, un dono totalmente immeritato... che dobbiamo sapere come accogliere ogni mattina, con umiltà e nella preghiera».

Parolin ha confidato il suo personale legame con san Giovanni Maria Vianney: «Una figura che mi è sempre stata particolarmente cara — ha detto a quanto riportato dall’ Osservatore Romano — poiché, da chierichetto, ho letto avidamente la sua biografia, che avevo trovato provvidenzialmente nella piccola biblioteca parrocchiale del mio paese». Perciò, ha proseguito, «è con grande emozione che ringrazio il Signore, in quest’ anno quarantesimo della mia ordinazione presbiterale, per avermi dato oggi la grazia di fare questa visita nei luoghi di colui che Benedetto XVI definì nel 2010 “un modello del ministero sacerdotale”», a conclusione dello speciale Anno giubilare a lui dedicato. E se il Pontefice emerito, ha sottolineato il Segretario di Stato, ha messo in guardia dal non ridurre Vianney a un esempio, per quanto ammirevole, della spiritualità devozionale del diciannovesimo secolo, esaltandone il ministero di riconciliazione svolto al confessionale, Papa Bergoglio ne ha rimarcato la vicinanza «a tutti», senza mai rifiutare quanti «sono feriti nella loro esistenza e peccatori nella loro vita spirituale». Ed ecco allora, che se vogliamo essere autentici cristiani, dei santi», occorre imparare «da lui la semplicità, il disinteresse, la purezza nelle intenzioni e nell’ azione, l’ ascetismo, la fedeltà a Dio e al Vangelo».

 

Il cardinale veneto ha richiamato la lettera di Papa Francesco anche laddove incoraggia i sacerdoti che, come il curato d’ Ars, che viveva in un villaggio che all’ epoca aveva appena 200 anime, si impegnano senza risparmio per i fedeli: «Nella sua festa voglio scrivervi questa lettera, non solo ai parroci ma anche a tutti voi, fratelli presbiteri, che senza fare rumore “lasciate tutto” per impegnarvi nella vita quotidiana delle vostre comunità», scriveva il Papa. «A voi che, come il Curato d’ Ars, lavorate in “trincea”, portate sulle vostre spalle il peso del giorno e del caldo e, esposti a innumerevoli situazioni, “ci mettete la faccia” quotidianamente e senza darvi troppa importanza, affinché il Popolo di Dio sia curato e accompagnato. Mi rivolgo a ciascuno di voi che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale». Perciò, ha commentato il porporato, «illuminati da queste parole, anche noi vogliamo avere come nostra prima intenzione di preghiera i sacerdoti e le vocazioni sacerdotali, che affidiamo alla particolare intercessione del santo Curato d’ Ars».

Dopo la messa mattutina, nel pomeriggio di martedì il cardinale Parolin ha tenuto una conferenza incentrata sul tema: «Papa Francesco e i sacerdoti, in cammino con il popolo di Dio». Articolato in otto punti — la preghiera, “uscire”, insegnare, celebrare l’ Eucaristia, confessare, accogliere i poveri, la fraternità sacramentale, Maria — l’ intervento del porporato ha tracciato alcune linee guida per «il ministero pastorale nel nostro ventunesimo secolo» facendo emergere i punti in comune tra il Papa e il santo. Tra le altre osservazioni, Parolin ha sottolineato che Vianney trascorresse «ore e ore davanti al tabernacolo della sua chiesa, per chiedere al Signore la conversione degli abitanti di Ars», e anche «il Santo Padre si alza presto la mattina e prega fino alla messa alle 7 del mattino, di sera, interrompe le sue occupazioni e ritorna a lungo in cappella fino a cena». Dunque «la preghiera è necessaria per crescere nella nostra fedeltà». E inoltre ha «un obiettivo pastorale», anche quando si sperimenta «l’ aridità». Il curato d’ Ars, ancora, uscì dal «presbiterio per incontrare la sua gente. Non la trovò in chiesa perché non ci andava più da molto tempo» a causa della Rivoluzione francese. Qualcosa di analogo alla «Chiesa in uscita» propugnata dal Pontefice argentino.

La giornata di Parolin termina con la benedizione, all’ interno del santuario francese, di un itinerario dedicato al cardinale Emile Biayenda, arcivescovo di Brazzaville, in Congo, assassinato da un gruppo di soldati nel 1977, di cui è in corso la causa di canonizzazione. Il porporato africano «era talmente legato alla spiritualità del Curato – che ha imparato a conoscere mentre studiava teologia a Lione – e ne è stato talmente impressionato dall'umiltà, dalla semplicità e dal suo amore per Cristo, che da seminarista e poi da sacerdote è diventato il primo parroco della parrocchia del Curato a Brazzaville», ha riferito a Vatican News il rettore del santuario padre Patrice Chocholski. «Il suo popolo africano lo ha riconosciuto come un "conciliatore", tra tribù, religioni e fedi. E' stato riconciliatore non solo nel sacramento della confessione, ma anche nella vita quotidiana a contatto con i fedeli e con i politici ed è morto anche con lo spirito di voler riconciliare il suo Paese. In questa maniera comprendiamo che lo spirito del Curato può attualizzarsi nelle culture del XXI secolo».

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San Giovanni Maria Vienney, il curato d'Ars (Francia, 1786-1859)
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