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«I funerali? Su WhatsApp; medici atei chiedono preghiere»

Da Bergamo, la provincia più colpita, a Lodi e Milano, viaggio tra i cappellani che danno conforto ai malati e benedicono da soli i morti al cimitero: «Anche infermieri e camici bianchi che non credono ci cercano per sfogarsi e per un conforto spirituale». E i familiari scrivono i loro necrologi sui gruppi Telegram della parrocchia


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Un funerale via WhatsApp non l’ aveva mai celebrato, don Mario Carminati. È il parroco del Santissimo Redentore di Seriate, Bergamo, un centro di venticinquemila anime, falcidiato come tutta la Bergamasca dal coronavirus: «Nella mia parrocchia siamo a oltre settanta morti, l’ anno scorso a fine marzo erano trentotto. Nove persone se ne sono andate solo nelle ultime 24 ore». Don Mario è impegnato a organizzare la sepoltura di don Piero Paganessi, 79 anni, storico vicario, ricordato anche sul sito della parrocchia: «Le pompe funebri di tutta la provincia sono sature, sono arrivati i necrofori da Verona». I forni crematori, come le industrie, sono sempre accesi e non ce la fanno. Mercoledì scorso l’ esercito ha dovuto portare le salme fuori regione in una processione lugubre che ha fatto piangere l’ Italia intera. Le salme sono troppe e don Mario, come atto di pietas, ha aperto la chiesa di San Giuseppe per accoglierle temporaneamente: «Almeno diciamo una preghiera, qui sono già nella casa del Padre».

I preti lo sanno. Il coronavirus prosciuga speranze, aizza il terrore dei parenti costretti ad aspettare notizie dei loro congiunti barricati in casa. E condanna alla morte in solitudine. Per questo non lasciano le corsie d’ ospedale, non abbandonano le parrocchie, vanno nelle case anche a rischio di contagiarsi per dare l’ ultima benedizione, nei cimiteri per dare sepoltura ai morti. «Ieri sono andato a benedire la salma di Tarcisio», racconta don Mario, «una delle figlie è a Torino e non ha potuto partecipare. L’ abbiamo chiamata su WhatsApp e ha partecipato alla preghiera con noi. È stato molto commovente». La gente è rintanata in casa. Il silenzio è sferzato solo dalle sirene delle ambulanze. «Domenica scorsa ho lasciato la chiesa aperta per la preghiera personale, sono venute nove persone», spiega il parroco, «è una guerra, chi non è qui non può capire. Nessuno esce di casa, nessuno sventola bandiere alle finestre per dire che andrà tutto bene». Don Mario ricorda Aristide, 84 anni, «stava benissimo ed è morto nel giro di pochi giorni. Era uno dei volontari della parrocchia, sempre ligio al dovere, tagliava l’ erba del centro pastorale. La cosa che mi fa più male è che non abbiamo modo di salutarli e ringraziarli, sono persone che hanno dato tanto alla città e alla parrocchia».

I necrologi su Telegram

Poi ci sono i necrologi. Hanno colpito le paginate su L’ Eco di Bergamo con le foto di chi non ce l’ ha fatta e, tra le righe dell’ addio, le storie, il carattere, l’ indole di queste persone. Ma i giornali non bastano a ospitare tutto il dolore. I parrocchiani di Santa Croce della Malpensata, un popoloso quartiere di Bergamo dove c’ è anche la clinica Gavazzeni che adesso ospita quasi esclusivamente malati di Covid-19, hanno aperto un gruppo Telegram, “Malpe a casa”, e lì postano le foto di chi se ne va. Come Sperano Volontè, 80 anni, «molto attivo nel gruppo Alpini del quale faceva parte. Adorava i suoi nipoti. Signore delle cime ti preghiamo, lascialo andare per le tue montagne nei sentieri dell’ eternità», si legge nel necrologio che gli hanno dedicato i familiari. Come Anna Pisati, scrive la nipote Vanda postando la foto della zia sorridente: «Parecchi del rione la conoscono per essere stata per anni maestra e perché aiutava i ragazzi stranieri in difficoltà con la lingua italiana». Luisa Sirtoli chiede una preghiera per sua mamma, Lucia Dondi «che ha sempre amato la sua Chiesa e ci ha insegnato a credere e amare».

Don Claudio Del Monte, 53 anni, è il parroco di Santa Croce e il cappellano della clinica Gavazzeni. Ogni giorno alle 14.30 si mette camice, guanti, mascherina, proteggi scarpe ed entra nei reparti per benedire gli ammalati, a volte anche i morti, dare l’ assoluzione generale dei peccati, chiesta anche da medici e infermieri: «Me la chiedono spesso perché non sanno come finirà questa storia». Non può amministrare l’ unione degli infermi con l’ olio santo perché ogni contatto con i malati è vietato: «Prego a distanza. La difficoltà è che avendo la maschera ed essendo vestito da zombie, non vedono il labiale. Dovendo stare minimo a un metro di distanza, chi non sente bene o non ha il fiato fa fatica a capire e partecipare alla preghiera. La benedizione con il segno di Croce è l’ unico gesto visibile a tutti. Recito il Padre Nostro, l’ Ave Maria e il Gloria». Fra Aquilino Apassiti, uno dei frati cappuccini della cappellania dell’ ospedale Papa Giovanni XXII di Bergamo, fa di necessità virtù: «I familiari dei defunti mi chiamano, io metto il cellulare sulle salme dei loro cari e preghiamo insieme. L’ altro giorno una signora non potendo più salutare il marito defunto mi ha chiesto di fare così», ha raccontato a Radio In-Blu. Il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, ha aperto le porte del seminario diocesano per dare ospitalità ai medici che non possono rientrare a casa perché rischiano di contagiare i familiari. E ha voluto aprire un centro di ascolto, psicologico e spirituale, per le persone sole, in quarantena o colpite dal lutto: «In questi giorni», ha scritto, «ascolto le voci sommesse di molte persone, provate dal dolore per la perdita dei loro cari, per l’ impossibilità, compresa ma sofferta, di condividere il momento del distacco».

«Quel medico, agnostico, che mi ha chiesto un conforto spirituale»

E i medici e gli infermieri? Anche loro hanno bisogno di sostegno, di una preghiera di benedizione, di un conforto. Don Marco Gianola, 40 anni, è uno dei tre cappellani del Policlinico di Milano, di cui è parroco l’ arcivescovo Mario Delpini, per un’ antica tradizione che risale ai tempi di San Carlo Borromeo: «Io abito accanto all’ ospedale. Avvicinarsi ai malati è difficile in questo momento ma ricevo tantissime visite da parte di medici e infermieri. Mi cercano per dialogare, confrontarsi, sfogarsi. Hanno l’ incubo di contagiare i familiari quanto tornano a casa», racconta don Gianola. Tra le tante storie che l’ hanno colpito racconta quella di un’ infermiera di 45 anni, madre di famiglia: «Si era allontanata da Dio per vicissitudini personali. In questi giorni, sopraffatta dal dolore, è entrata nella cappellina dell’ ospedale e si è messa a piangere davanti alla Madonnina. In questo momento di dolore, quando forse è più umano sentire Dio distante dalla nostra sofferenza, si è riavvicinata alla fede». Il cappellano cita anche il caso di un medico, agnostico, che l’ ha chiamato per ricevere un conforto spirituale perché in tanti anni di carriera non aveva mai dovuto intubare tante persone giovani una dietro l’ altra. Insomma, conclude, «ci sono segnali e momenti di grazia accanto situazioni di sofferenza e dolore che ci danno la gioia di stare qui».

All’ Ospedale Maggiore di Lodi, uno dei focolai del virus, c’ è don Sandro Dozzarelli, 84 anni, con tutte i rischi che quest’ età comporta entrando in contatto con i malati: «Ci vuole la forza dei medici, che ce la stanno mettendo tutta e la sapienza della scienza», dice, «ma ne usciremo solo con l’ aggancio al Signore. Lodi vuole risorgere». Don Sandro racconta che tanti medici, anche giovani, l’ hanno cercato per chiedergli di confessarsi e, nel caso, ricevere il sacramento dell’ Unzione degli infermi se la situazione per loro dovesse precipitare: «Una situazione mai vista, cerco di stare vicino a tutti con la preghiera e parlo telefonicamente con i parenti dei malati».

L'altro giorno al cimitero di Bergamo per la sepoltura di Sperano Volontè, alpino orgoglioso e sempre in prima linea, non c’ era la moglie, non c’ erano i nipoti. Solo una figlia, l’ unica non in quarantena: «Il tutto è durato tre minuti», dice don Claudio con la voce incrinata dalla commozione, «desiderava che al suo funerale cantassero Signore delle cime. Gli ho promesso che lo faremo quando tutto questo sarà finito».

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Il parroco del Santissimo Redentore di Seriate (Bergamo), don Mario Carminati
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