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Se Abramo uccide il figlio Isacco

Al Filodrammatici di Milano è andata in scena una complessa lettura del celebre episodio biblico da parte del filosofo Ermanno Bencivenga. Con un messaggio finale: non si può mai uccidere in nome di Dio.


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Abramo, nella tragedia omonima scritta dal filosofo Ermanno Bencivenga adattata da Teresa Ludovico per la produzione Teatro di Bari/Kismet, ripropone la questione del significato dell’ episodio biblico del sacrificio di Isacco, comandatogli da Dio (Gen 22), ma con un differente sviluppo, non aderente al testo originale.

Infatti appare in scena Abramo (Augusto Masiello), pastore e despota, che non delega nulla allo scalpitante figlio (Domenico Indiveri), e non condivide le sue preoccupazioni con la moglie Sara (interpretata dalla stessa Ludovico). Abramo appare sì come il “campione della fede” ma anche come un ingenuo che si lascia ingannare dalla venuta di due messaggeri, dagli abiti color pastello, (Michele Altamura e Gabriele Paolocà) - rappresentati beffardamente con la alucce dorate e che cantano stornelli in romanesco - senza chiedersi se quanto gli venga chiesto sia umanamente e moralmente giusto e sia veramente imposto da Dio a lui.

Nello spettacolo Abramo, infatti, riconoscendo i due messaggeri come coloro che, anni prima, gli avevano annunciato la nascita del figlio, decide di obbedire e di mostrare la sua incrollabile fede, uccidendo suo figlio, rappresentato come un adolescente dei nostri tempi, impaziente, arrogante, che ascolta musica a tutto volume. Quando Abramo, infatti comunica ad Isacco che faranno un viaggio insieme, il ragazzo viene subito preso dall’ entusiasmo di poter finalmente scoprire nuovi orizzonti.

La bianca scenografia riproduce un interno borghese, con porte e finestre che si aprono e si chiudono provocando forti e metallici rumori, e che lasciano vedere o intravvedere quello che accade all’ esterno. I protagonisti hanno abiti contemporanei, quasi a trasformare la vicenda in un dramma incentrato sulla lotta tra un padre prepotente e un figlio scavezzacollo, protetto da una madre adorante. Per ovviare la difficoltà di rappresentare il sacrificio di Isacco in scena, l’ episodio viene raccontano da un maggiordomo – narratore (Christian Di Domenico) con la voce scandita dal microfono.

Al ritorno di Abramo impietrito dal dolore, chiuso nel silenzio si assiste a un drammatico e struggente colloquio con la madre Sara - rappresentata con toccante intensità dalla Ludovico - legatissima all’ unico figlio avuto in tarda età, che incalza il marito per sapere la verità, e poi impazzisce di dolore. Appaiono così due differenti modalità di gestire la perdita del figlio equiparando il comportamento dei personaggi più a una tragedia greca che al testo biblico.

Nell’ allestimento la figura di Abramo viene tuttavia cambiata estraendola dal contesto e dal significato che l’ autore biblico voleva dargli che è quella chiarita nella risposta di Abramo al figlio: “Dio stesso provvederà l’ agnello dell’ olocausto, figlio mio”, con cui Abramo manifesta la sua fiducia nell'opera di Dio, nonostante l'assurdità del comando, credendo che Dio avrebbe comunque mantenuto la sua promessa di dargli una grande discendenza. L’ episodio intende appunto insegnare che il vero Dio non vuole tali sacrifici, ma richiede pur sempre la fiducia e l’ osservanza da parte dell’ uomo dei suoi comandamenti, mentre nell’ allestimento si lascia il dubbio negli spettatori se avere una salda  fede significhi obbedire ciecamente ed eroicamente a Dio, come afferma Abramo nello spettacolo “non c’ è bisogno di capire quando c’ è la fede”  o mostrare di non saper discernere con libertà di pensiero, tenendo conto che Dio non impone ordini ingiusti, come poi gli rivelano i messaggeri.

Lascia però spiazzati gli spettatori un secondo finale, giustapposto al primo: Isacco ricompare in scena, raccontando come si sia salvato, grazie alla sostituzione di un ariete nel sacrificio. All’ ingresso di Isacco redivivo Abramo rimane silenzioso e pare non accorgersi di nulla, chiuso nel suo mutismo, mentre Sara non appare sorpresa ma sostiene la supremazia del figlio sul padre-padrone ora inebetito: Isacco, nel progetto della madre, si occuperà degli affari della famiglia e terrà lontani i nemici, tra cui il fratellastro Ismaele, figlio di Abramo e della schiava egiziana Agar, e la sua discendenza araba. Così le parole di Sara sembrano prevedere e demonizzare le lotte tra ebrei e palestinesi, aggiungendo altri elementi di riflessione al testo. Anche i messaggeri spiegano che l’ errore di Abramo è stato perpetrare la morte in nome di Dio, affermando che l’ uomo assisterà ancora a morti terribili richieste purtroppo anche oggi in nome della fede, come ci propongono, esibendole, i mass media.

ABRAMO di Ermanno Bencivenga. Adattamento e regia di Teresa Ludovico. Con Augusto Masiello, Teresa Ludovico, Christian Di Domenico, Michele Altamura, Gabriele Paolocà, Domenico Indiveri. Produzione Teatri di Bari/Kismet. Al Teatro Teatro Filodrammatici di Milano fino al 9 aprile 2017, 12 aprile Teatro Rasi Teatro delle Albe, Ravenna. Info: Teatro Filodrammatici di Milano - via Filodrammatici, 1 - ingresso Piazza Paolo Ferrari, 6 – Milano, www.teatrofilodrammatici.eu, tel. 02 36727550, http://www.teatrokismet.org

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