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Made in Bangladesh, stipendi da fame

I lavoratori, soprattutto donne, addetti al settore tessile del Bangladesh guadagnano meno di 37 dollari il mese. Aumentano le tensioni. Ma il Governo rifiuta di aumentare i salari.


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La scritta "made in Bangladesh" è sempre più comune sulle etichette dei capi di abbigliamento in vendita a Milano, Londra, New York o Parigi. Una volta considerato troppo povero e irrilevante nell'economia mondiale, oggi lo stato asiatico nato nel 1971 dopo l'indipendenza dal Pakistan, invade i mercati europei e americani di magliette, camicie, pantaloni e biancheria intima. Il settore dell'abbigliamento rappresenta l'80 per cento dell'export del Bangladesh e garantisce un posto di lavoro a oltre tre milioni di persone. Oggi il giro di affari dell'export degli abiti prodotti in Bangladesh raggiunge i 18 miliardi di dollari l'anno, ma secondo gli esperti del settore la cifra potrebbe triplicare entro il 2020. Il successo dei capi made in Bangladesh ha una ragione semplice: il basso costo del lavoro. Troppo basso, ormai inferiore a quello della Cina, del Vietnam, dell'Indonesia e del Messico.


In Bangladesh la paga media mensile per i lavoratori del settore dell'abbigliamento non supera i 37 dollari, mentre in Cina va oltre i 150 dollari ed è più di 100 dollari anche in Indonesia e Messico. Negli ultimi due anni il magro guadagno degli operai tessili del Bangladesh (per l'80 per cento sono donne) è stato eroso da una inflazione a due cifre, così sono sempre più frequenti le manifestazioni di protesta da parte dei lavoratori. Il Governo ha scelto la linea dura. Una commissione governativa formata da esponenti dell'esercito, della polizia e dei servizi segreti ha il compito di monitorare le aziende del settore tessile e molte zone vicine alle principali fabbriche sono pattugliate da corpi speciali della polizia.

A fine luglio i rappresentanti di una dozzina di aziende che operano sul mercato mondiale dell'abbigliamento hanno chiesto alle autorità locali di incoraggiare un aumento dei salari per placare il diffuso malcontento. la risposta è stata negativa. Il problema è che gli imprenditori del settore tessile (circa 5 mila aziende) hanno un peso politico rilevante perché finanziano generosamente le forze politiche e, in molti casi, hanno assunto il controllo dei mezzi di informazione. Perciò meglio non disturbarli e lasciare le lavoratrici e i lavoratori con stipendi da fame.

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