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C'è un calcio che regala futuro

Le storie dei senzatetto che a Parigi hanno disputato la Homeless World Cup. Come quella dei "barboni" del Giappone, corsi ad aiutare la gente di Fukushima.


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C'erano gli scampati del terribile terremoto che colpí Haiti nel gennaio del 2010, illesi nel fisico, ma senza più un luogo dove abitare e costretti a dormire sul campo da calcio dove erano soliti allenarsi. C'era Patrick, che arriva dal Ruanda e la sua storia di migrazione carica di dolore non la vuole raccontare. C'erano i giovani greci travolti dalla crisi economica. C'erano i ragazzi degli slum indiani, appoggiati dall'associazione Slumsoccer, che organizza partite di football nei quartieri più poveri delle città d'India, é attiva in almeno sette Stati e ha coinvolto finora nei suoi eventi più di 50.000 persone.

     L'appuntamento per tutti loro é stata l'Homeless World Cup tenutasi a Parigi a fine agosto. Questo evento, nato nel 2003 per iniziativa di Mel Young, giornalista scozzese presidente dell'International Network of Street Papers, si tiene ogni anno in una città diversa del pianeta e vede la partecipazione di una settantina di Paesi, rappresentati da squadre sia femminili che maschili.

     C'era anche l'Italia, unica nazione ad aver vinto la Cup per ben due volte, nel 2004 e nel 2005. Se questo dovrebbe renderci, da bravi tifosi azzurri, soddisfatti e orgogliosi, un po' meno dovrebbe inorgoglirci la constatazione che i diseredati sono numerosi anche da noi e che l'associazione Milano My Land denuncia il fatto che, dopo i trionfi, i nostri campioni sono stati subito dimenticati dalle cronache e sono ripiombati senza scampo nella loro miseria.

   

I ranghi dei senzatetto, di quelli che in Francia vengono chiamati SDF, sans domicile fixe, si ingrossano di giorno in giorno, e la crisi economica ha incrementato in maniera vertiginosa il numero di chi non può più permettersi un alloggio. Ne sanno qualcosa i giocatori della squadra spagnola. Fanno parte del Movimento 15 Mayo (15M), i famosi indignados che hanno tenuto banco per settimane nelle cronache dei telegiornali, bloccando la centralissima Puerta del Sol madrilena e denunciando a gran voce il degrado delle condizioni economiche dei lavoratori spagnoli, l'indifferenza dei Governi e l'avidità cinica del sistema bancario.

     La squadra spagnola ha il supporto dell'Atletico e del Real Madrid e ha visto "padrini" quali David Beckham e Ronaldo. Ma la simpatia del calcio ufficiale, quello delle star e dei contratti miliardari, non basta certo a rivoluzionare le cose. In Messico, il National Street Soccer, il campionato interno che ha mandato a Parigi i propri migliori campioni, é supportato nientemeno che da Carlos Slim, per il secondo anno consecutivo eletto "uomo più ricco del pianeta" dalla rivista Forbes. Il leggendario Carlos, patron del gigante della telefonia Telmex, mentre ad agosto elogiava i giovani giocatori della Homeless World Cup, perdeva in borsa più di sei miliardi di euro. Le sue coronarie non ne hanno risentito, di miliardi gliene restano una sessantina. Il Paese del narcotraffico e delle baraccopoli a perdita d'occhio, é anche il Paese dell'uomo più ricco del mondo. Forse c'é di che essere indignados. Ma tant'é.

    Poi c'é chi la ricchezza non ce l' ha alle Caymans, ma nel proprio animo. Un grande esempio di coraggio e di generosità é stato dimostrato dagli homeless del Giappone. I primi a capire, nella loro situazione di diseredati, la sofferenza delle vittime dello tsunami che ha spazzato  le coste lo scorso marzo. "Siamo andati nell'area di Tohoku, una delle più colpite dal disastro" spiegano, timidi, i giocatori del Sol Levante. "Lí ci sono minuscoli villaggi, piccole comunità di pescatori che contano sí e no una cinquantina di persone. Questa gente non é fra le priorità del Governo, ci si é dimenticati di loro. Siamo andati a dare una mano".

  

  L'organizzazione dell'Homeless World Cup é fiera di dire che più del 70% dei propri giocatori ha visto la propria vita migliorare. Perché e in che modo lo spiega Patrick Mbeu, calciatore di alto livello originario del Ruanda e emigrato in Francia otto anni fa, ora allenatore e ambasciatore dell'HWC. "Noi mettiamo a vivo il potenziale di molti giovani, il loro talento. Molti arrivano da situazioni in cui non avevano mai nemmeno tentato di milgiorare le proprie condizioni, nessuno li aveva mai motivati. Lo spirito di squadra, la solidarietà sportiva possono invece fare miracoli, ci si sostiene e ci si incoraggia a vicenda, ognuno può diventare un trampolino per l'altro. La passione per il calcio é un vettore che può essere importantissimo per mantenere un rigore morale nelle situazioni di miseria. Penso ai giocatori dell'Uganda, o del Kenya, che hanno passato mesi a allenarsi senza poi poter compensare i propri sforzi con un nutrimento adeguato. Eppure ce l'hanno fatta, la squadra femminile del Kenya ha vinto il campionato (la Cup maschile é stata conquistata dalla Scozia, n.d.r)."

     Patrick sottolinea quanto la motivazione sia determinante. "Qualcuno grazie alla HWC ha trovato uno stage di formazione, altri un lavoro vero e proprio". Già. Senza contare che il campionato ha generato tutta una  serie di iniziative benefiche nel mondo, tutte volte a usare il calcio come strumento di aggregazione e riscatto sociale. E'il caso ad esempio della squadra di Santa Cruz, a Rio de Janeiro, che si impegna a togliere i ragazzi dalla strada e li indirizza alla disciplina dello sport.

     "Homeless non é soltanto chi non ha un tetto" precisa poi Patrick. "Homeless é chi vive nella precarietà, nella paura, nel disagio sociale, nell'isolamento. Vivere in una società in cui non abbiamo posto, in cui siamo confinati ai margini e circondati dall'indifferenza, é altrettanto grave quanto il non disporre di un tetto sotto il quale dormire. Perdere il proprio ruolo fra gli altri é come perdere la propria casa, quella dell'anima".

     C'é una canzone in voga in Francia in questo momento, cantata dal giovane gruppo alternativo Syrano, si sente alla radio da un po'. Il titolo é Planter des cailloux, letteralmente, piantare delle pietre. Il testo parla di un visionario che pianta sassi e li innaffia, indifferente a chi lo prende in giro. Il suo desiderio più profondo é infatti quello di far crescere dei muri, "i muri della mia libertà". Senza casa, senza un ruolo nel mondo, non vi é libertà.

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La gioia delle giocatricie del Kenya, vincitrici della homeless world Cup femminile.
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