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Quando la cinepresa indaga nell'abisso della pedofilia

Grazie a Dio è una “lettera aperta” indirizzata alla comunità cattolica perché prenda coscienza, come del resto va ripetendo papa Francesco, della gravità del peccato e adotti subito provvedimenti giusti e adeguati


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Si chiamano Alexandre, Oliviere, Didier, François, Tristan, Emmanuel. E molti altri che sono senza nome. Tutti vittime di un prete pedofilo, Padre Preynat. Tutti protagonisti del film Grazie a Dio, una severa e lucida denuncia contro un sacerdote e contro la chiesa Cattolica di Lione, Francia. A scriverla e a filmarla è François Ozon, prolifico regista francese, originale indagatore dell’ animo umano. Qui la sua macchina da presa accende i riflettori su una storia di dolore e violenze che risale a più di venti anni prima, quando gli adulti di oggi erano ancora ragazzini che vivevano in spensieratezza l’ esperienza formativa in un gruppo di scout, organizzati dalla parrocchia dove operava Padre Preynat, predatore seriale di innocenze.

 Emblematica e carica di ironia l’ immagine che apre il film. Dall’ alto di un belvedere un vescovo benedice con l’ ostensorio la città di Lione, di cui si riconosce lo splendido skyline che la serie poliziesca televisiva Cherif ci ha abituati a vedere. Dentro questa città, apparentemente protetta dal male con un sacro gesto liturgico, si annida un tenebroso delitto che solo alcuni sanno e che altri  fanno finta di ignorare o forse nascondono.

La denuncia di Ozon non è spettacolarizzata. Non è intinta nel vetriolo. Il racconto si snoda soprattutto dentro le famiglie e sui volti dolorosi o arrabbiati delle vittime, ma non per questo è meno incisivo. Anche quando  coloro che hanno subito le “attenzioni” del carnefice in clergyman si costituiscono nella pubblica associazione “La Parola Liberata”, prevalgono scelte ed azioni non aggressive. Il film, come gli atteggiamenti dei protagonisti, non vuole agire “contro la Chiesa ma per la Chiesa”.

Grazie a Dio è una “lettera aperta” indirizzata alla comunità cattolica perché prenda coscienza, come del resto va ripetendo Papa Francesco, della gravità del peccato e adotti subito provvedimenti giusti e adeguati. Quando la gerarchia tentenna e cerca attenuanti, solo allora l’ associazione decide la denuncia agli organi di Polizia e il coinvolgimento della stampa e delle televisioni.

Inizialmente i responsabili della Chiesa pensano che le molestie sessuali subite siano come una “cicatrice che non bisogna grattare”. Meglio non parlarne troppo a voce alta e con insistenza. Ma sotto la pressione degli eventi, sono spinti a dover riconoscere che “prete e pedofilia sono due parole incompatibili”.

Perciò Vescovo e Cardinale di Lione non fanno difficoltà ad ammettere che  il comportamento di Padre Preynat sia stato riprovevole e criminoso (lo stesso prete giunge a maturare una richiesta di perdono!). Ma pesa sulle loro spalle la responsabilità di non essere intervenuti con tutti gli strumenti disponibili per fermare Padre Preynat.

Alexandre, sposato con moglie e cinque figli, cattolico credente e praticante, è il primo a sentire l’ urgenza di tirar fuori della propria anima la ferita che ancora lo tormenta. Egli accende la fiaccola che poi, di mano in mano, viene consegnata alle altre vittime e portata avanti come fosse il fuoco olimpico, che incendierà il grande tripode. E così, un po’ alla volta, si scopre il tracciato doloroso che attanaglia ancora adesso, dopo tanti anni, l’ esistenza dei molestati. Vite compromesse e talvolta anche corpi guastati.

Intatte invece nella loro gotica maestosità le chiese scelte dal regista per ambientare gli scorci di celebrazioni liturgiche. Gli interni sono illuminati dai colori caldi di bellissime vetrate.

Questa via crucis è scandita come fosse una partitura musicale interpretata con diverse orchestrazioni. Congrua ma un po’ troppo prevedibile. Colpa di  una sceneggiatura schematica.

Il titolo del film è preso di peso dalla conferenza stampa che Mons. Barbarin rilascia a margine della celebrazione del processo a carico del prete pedofilo. Il Vescovo inciampa in un clamoroso lapsus freudiano, lasciandosi sfuggire un “grazie a Dio, i reati sono prescritti”.

Le didascalie finali fanno pensare che ancora una volta è stata applicata una giustizia a maglie larghe verso i protagonisti che si sono resi responsabili di questa triste storia.

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Melvil Poupaud
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